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giovedì 23 maggio 2013

PROTESTE A STOCCOLMA ...SVEZIA...


Stoccolma, quarta notte di scontri
La protesta continua a estendersi

Centinaia di giovani mettono
a ferro e fuoco la città: tre feriti
MONICA PEROSINO
Sono tutti giovani, organizzati e pieni di rabbia. Per la quarta notte consecutiva in centinaia hanno messo a ferro e fuoco Stoccolma. Il bilancio dei danni è arrivato a 340 auto, due scuole, una stazione della polizia, un ristorante e un centro di arti e mestieri dati alle fiamme. Non si contano le finestre colpite dalle sassaiole e gli attacchi a polizia e vigili del fuoco. Tre agenti sono rimasti feriti durante le rivolte.  

Gli scontri più pesanti si sono svolti nella periferia sud della capitale, non nei sobborghi nord-occidentali dove è iniziata la protesta 4 giorni fa. Ma la protesta sta dilagando, tanto che nella notte sono state bruciate due auto anche Malmo, nella sud della Svezia. L’atto sembra confermare l’allarme lanciato dalle autorità svedesi di una possibile estensione delle violenze.  

La rivolta è cominciata a Husby, uno dei sobborghi più poveri della città, abitato in prevalenza da immigrati, dopo che la polizia aveva ucciso un anziano che aveva minacciato gli agenti con un machete. “La nostra società sta diventando sempre più divisa e le differenze, sia sociali che economiche, sono sempre più evidenti - ha detto Rami Al-khamisi, co-fondatore di Megafonen, un gruppo che lavora per il cambiamento sociale in periferia -. Le persone che vivono nei sobborghi sono quelle più colpite. Questo è razzismo istituzionale”. Anche il ministro della Giustizia, Beatrice Ask è preoccupato: “Capisco perché molte persone che vivono in questi quartieri e sono preoccupata, sconvolta e arrabbiata. L’esclusione sociale è un fatto molto grave ed è causa di molti problemi”.  LA STAMPA

LE NAVI DELLA LEGALITA' ...GLI STUDENTI A PALERMO....

Sono arrivate al porto di Palermo le Navi della legalità, simbolicamente ribattezzate “Giovanni” e “Paolo” con le gigantografie dei giudici uccisi 21 anni fa dal tritolo di Cosa nostra. A bordo circa tremila studenti partiti ieri da Napoli e Civitavecchia insieme al presidente del Senato, Pietro Grasso, al ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, il sottosegretario all’Istruzione, Marco Rossi Doria, il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, il commissario antiracket, Giancarlo Trevisone e il presidente Rai Anna Maria Tarantola. Ad accogliere le navi tra cori festanti, oltre a Maria Falcone e alle istituzioni, centinaia di studenti di Palermo e della Sicilia con addosso le magliette con su scritto «Le nuove rotte dell’impegno», in mano tanti palloncini, bandiere con il tricolore e striscioni.

giovedì 27 dicembre 2012

FEDERICO PIZZAROTTI

Pizzarotti: “Abbiate pazienza, siamo qui per provare a cambiare l’Italia”

Federico Pizzarotti con Beppe Grillo
Il primo sindaco grillino
di una grande città, fa il bilancio
dei suoi sette mesi alla guida
del comune di Parma
michele brambilla
inviato a parma
Il sindaco di Parma - già capitale del Ducato di Parma Piacenza e Guastalla, già governata dai Farnese e poi dai Borbone e poi dagli Asburgo, città che ebbe Carlo I come Duca e la moglie di Napoleone Bonaparte, cioè Maria Luigia Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia, come Duchessa - il sindaco di Parma, dicevamo, mi riceve nel suo regno in jeans, maglioncino grigio e camicia azzurrina. Si chiama Federico Pizzarotti, ha 39 anni e nel maggio scorso è diventato il primo sindaco grillino di una grande città (Parma è seconda in Emilia Romagna con i suoi 189.833 parmigiani: guai a confonderli con i parmensi, che sono quelli della provincia). Ha un diploma da perito elettronico. È sposato con Cinzia Piastri e non ha figli. Sul suo sito ha scritto: «Fin da piccolo ho sempre voluto cambiare il mondo».
Come quasi tutti gli esseri umani che hanno una visibilità pubblica, ha già litigato con Vittorio Sgarbi, che ha detto: «Pizzarotti è diventato sindaco ma non si sa perché: è un passante nominato da un partito inesistente. È un sindaco che governa inconsapevolmente». Il nostro giovane grillino, via Twitter, gli ha risposto pan per focaccia («Certo che leggere insulti dall’ex sindaco di un comune sciolto per mafia è quantomeno esilarante») e Sgarbi l’ha querelato.

In città però il popolo l’ha accolto bene: al punto da tributargli un’iscrizione storica. Bisogna sapere infatti che nel 1922 gli squadristi di Italo Balbo vennero respinti dagli antifascisti barricati nel quartiere Oltretorrente, cioè dall’altra parte della Parma, il fiume che divide in due la città. Anni dopo, l’evento fu scolpito nella memoria con una scritta che ricordava la sconfitta del trasvolatore dell’oceano: «Balbo te pasè l’Atlantic mo miga la Pärma», Balbo hai passato l’Atlantico ma non la Parma.
Ebbene, oggi sul letto del fiume (in secca) si può leggere questa scritta dedicata a Vincenzo Bernazzoli del Pd, bersaniano di ferro che aveva vinto il primo turno ma che ha perso al ballottaggio perché ha il grave difetto di essere un provinciale che viene addirittura dall’altra parte del Taro: «Berna te pasè al Tèr mo miga la Pärma».
Mi ha dato appuntamento con un Sms dal suo cellulare personale, senza passare da uffici stampa o consulenti d’immagine. Arrivo passando davanti all’albero di Natale ecologico (è collegato con delle biciclette, la gente va lì a pedalare per accendere le luci, ma purtroppo il meccanismo s’è già rotto) che ha fatto mettere davanti al Comune.

Sindaco, ma come si trova seduto lì? Lei sembra uno catapultato da Marte.
«Catapultato? Dipende da che cosa intende. Se si parla di macchina comunale, sì, siamo nuovi e vergini. Se parla della città, avevamo ben chiaro già da prima quello che vogliamo fare».

La rivoluzione?
«No, ma cerchiamo un approccio diverso, che richiede tempi lunghi. E che incontra molte resistenze».

Ad esempio?
«La macchina burocratica comunale è impressionante. Gliene dico una. Stiamo portando avanti un progetto per creare squadre di volontari: cittadini che, all’occorrenza, sanno tinteggiare, spalare la neve ecc. Noi diamo le attrezzature, loro il lavoro. Ah no!, m’han detto in Comune. Ci sono le assicurazioni? Sono associazioni riconosciute? Hanno una convenzione? Tutto viene rallentato».

Ammetterà che un’assicurazione è il minimo...
«La sostanza è che, rispetto al privato, il pubblico è rallentato da mille passaggi inutili. In Svizzera le norme per la sicurezza sul lavoro sono 30 pagine. Da noi, un tomo alto così».

Ha trovato resistenze tra i cittadini?
«Meno. Cerchiamo di parlare con tutti. Abbiamo già fatto venticinque incontri nei quartieri».

Si è portato appresso una psicologa, a quegli incontri. Hanno scritto: Pizzarotti psicanalizza la città.
«Ma no, è che un’attivista del Movimento Cinque Stelle fa la psicoterapeuta e ogni tanto viene con noi. Guardi, qualche resistenza al nuovo c’è anche tra i cittadini, ma la partecipazione è buona. Anche tra i dipendenti comunali c’è stupore: li sto incontrando a uno a uno e molti mi dicono: ma sa che lavoro qui da vent’anni e non avevo mai visto il sindaco?».

Perché ha impiegato sei settimane per fare la giunta?
«Perché abbiamo voluto selezionare gli assessori con criteri di merito e di competenza».

È vero che ha vinto anche perché lei è parmigiano e il suo rivale, Bernazzoli, è un paesano di Toccalmatto?
«Essere della città aiuta. A Parma c’è un grande orgoglio. Che può essere un difetto se diventa chiusura, e un pregio se diventa voglia di riscatto, rivalsa, innovazione».

Perché riscatto?
«E beh, insomma: non è un caso se il primo sindaco a cinque stelle di una città importante è capitato qui. Parma purtroppo era anche il simbolo della corruzione e della mala gestione».

E i poteri forti della città? Unione industriali, Gazzetta di Parma, grandi imprenditori... Come l’hanno accolta? C’è chi dice che molti sono scappati, ad esempio, dal Teatro Regio.
«Dal Regio molti se ne sono andati come soci, ma continuano ad aiutarci e stiamo riuscendo ad organizzare l’anno verdiano per il 2013. Diciamo che i poteri forti ci hanno accolto con un po’ di sorpresa. Diciamo anche che abbiamo interessi diversi, ma stiamo cominciando a capirci. Loro stanno studiando un qualcosa che non conoscono, ma penso si sia instaurato un rapporto di collaborazione reciproca».

Le hanno contestato la volontà di chiudere il centro alle auto?
«Un po’, ma noi non vogliamo vessare gli automobilisti, solo far capire che dobbiamo andare verso una mobilità sostenibile».

Adesso sta parlando come Verdone quando fa la caricatura dell’ecologista post-sessantottino.
«Vuole una terminologia più di moda? Dobbiamo incoraggiare il car-pooling. Cambiare stile di vita. Serve per risparmiare ma anche per stimolare conoscenze, migliorare i rapporti sociali».

Di quant’è il debito pubblico che avete ereditato?
«Circa 670 milioni di euro. Ma per fortuna senza interessi bancari. È un debito per opere che vanno concluse. Opere secondo me inutili, ma comunque investimenti».

Tra le opere per voi inutili anzi dannose c’è il famoso inceneritore. In campagna elettorale avevate promesso di non farlo partire. Ce la farete?
«L’inceneritore non è del Comune. I poteri decisionali ce li ha la Provincia. Ma noi stiamo cercando di verificare se è stato fatto a regola d’arte. Secondo la Procura, no. Comunque vada a finire, la nostra battaglia sarà servita per far luce su un sistema che certamente non era virtuoso».

Lei pensa sia dannoso per la salute?
«Dubito che esca aria più pulita di quella che entra, come ho letto da qualche parte».

Vantaggi economici?
«Lo smaltimento dell’indifferenziata costerà 165 euro a tonnellata. Secondo gli studi della Regione dovrebbe costarne cento».

Altro vostro cavallo di battaglia elettorale: la diminuzione dell’Imu. Invece non l’avete abbassata, anzi avete alzato altre tasse.
«Sì, avevamo promesso di abbassare le tasse, e lo faremo: ma nell’arco dei cinque anni di legislatura. Al primo anno dovevamo mettere in sicurezza i conti del Comune».

Adesso parla come Monti. A proposito: Grillo quanto si fa vivo con lei?
«Ogni tanto, con qualche Sms di incoraggiamento. La telefonata è già una cosa lunga».

Non vorrà far credere che è una presenza discreta?
«Guardi, io Grillo l’ho visto sei volte in tutto. Due durante la campagna per le regionali del 2010; due durante la campagna per le comunali di quest’anno; una a Brescia in agosto, a una festa del Movimento a base di salsicce; e l’ultima volta a Parma il 22 settembre, all’evento contro l’inceneritore. È attento, ma non interferisce. Non conosce neanche gli assessori. Ci lascia la massima autonomia».

Eppure ha la fama di un dittatore...
«Fama abusiva. È il garante di tanti principi, e certo i modi dell’esercizio di questa garanzia vanno chiariti meglio. Ma non è un dittatore».

Voi avete la pretesa di presentare liste pulite. Come fate ad assicurare l’impeccabilità?
«Noi non possiamo garantire sul futuro dei nostri candidati, ma sul loro passato sì. Se poi uno che era incensurato si comporta male, interveniamo. In altri partiti non si interviene mai, neanche sul “poi”. Questa è la differenza».

Facciamo che Grillo vince le elezioni. Molti tremano al pensiero della squadra di ministri che potrebbe schierare. Non dico come onestà, ma come competenza.
«Perché, lo scorso governo Berlusconi che ministri aveva? E molti parlamentari di grandi partiti, quando aprono bocca, sanno cosa dicono? Noi certamente siamo in una fase di assestamento, ma stiamo crescendo. Prima avevamo qualche consigliere comunale; adesso tanti consiglieri e qualche sindaco. Stiamo cercando persone competenti. E ce ne sono. Da noi c’è più volontà di cercare la qualità che non in tanti partiti».

Lei gira in auto blu?
«Io giro in bicicletta. Qui c’erano due auto blu: due Mercedes. Le abbiamo vendute. Adesso a disposizione di tutti gli amministratori c’è una Opel Zafira a metano che era già del Comune».

Lo saluto dandogli il mio biglietto da visita. Lui si scusa: «Noi non li abbiamo. Un assessore che fa la grafica ci aveva detto che ce li avrebbe fatti lei, ma non ha ancora avuto tempo».
 

mercoledì 28 novembre 2012

TROMBA D'ARIA SULL'ILVA...UN MORTO...



LA STAMPA Tromba d’aria all’Ilva, allarme scoppio
Crolli e roghi, evacuato lo stabilimento
Taranto nel caos, venti feriti e un morto

Un violento nubifragio si abbatte sulla città, all’impianto scoppia
il panico. L’incendio pilotato per scongiurare il rischio esplosione.
In mare un operaio che lavorava
su una gru nell’area portuale
grazia longo
taranto
Alle proteste dopo la chiusura dell’area a freddo dell’acciaieria, questa mattina si è aggiunto un altro incidente a complicare la situazione all’Ilva di Taranto. Una violenta tromba d’aria che si è abbattuta sulla città ha causato il crollo di due ciminiere, quella dell’altoforno 5 e un’altra in una zona dismessa. A causa del forte vento, nell’area portuale adibita al carico e scarico del materiale del siderurgico, sono caduti anche un capannone, la torre faro e una delle gru situate sopra un pontile.

Un fulmine caduto sulla ciminiera ha provocato il distaccamento di alcuni pezzi di cemento che si sono riversati su due tralicci dell’alta tensione. Attualmente è bloccata la linea ferroviaria Bari-Taranto e i passeggeri di un treno sono in attesa di trasbordo su autobus per raggiungere la città. Traffico in tilt anche nelle strade adiacenti al p0lo siderurgico, ingombre di lamiere sollevate dal tornado, che ha causato anche un incidente stradale sulla provinciale verso Statte.

Il pericolo di un'esplosione ha reso necessaria l’evacuazione dell’area circostante allo stabilimento, che ricopre complessivamente un’area di circa 15 chilometri quadrati. L’Ilva ha precisato che «non c’è stato alcun incendio», ma che le fiamme visibili dall’esterno sono “pilotate” dalle candele di sicurezza proprio per far bruciare il gas e scongiurare così il rischio di una deflagrazione. Tutta l’area ghisa sarebbe sotto controllo.

A quanto riferisce all’Adnkronos Mimmo Panarelli, responsabile territoriale dei metalmeccanici della Fim Cisl, sarebbero diversi gli operai investiti dal crollo, almeno una ventina, due dei quali già portati in ospedale dal molo. Un altro dipendente, che stava lavorando su una gru posta su una banchina dell’area portuale dell’acciaieria, ha perso la vita: stanno arrivando le squadre dei sommozzatori per cercare il cadavere caduto in mare. Decine di mezzi del 118 stanno facendo la spola tra l’impianto e il pronto soccorso.

«Lo stabilimento - scrive in una nota l'Ilva - sta mettendo in atto tutte le procedure che in questi casi di emergenza generale vengono adottate e gli impianti sono, come da procedura d’emergenza generale, presidiati». Di sicuro «ha subito gravi danni strutturali ancora da quantificare». Intanto, sono stati messi in circolo tutti i bus aziendali per raccogliere il personale non addetto alla gestione dell’emergenza generale, per accompagnarlo alle portinerie e ai punti di incontro dell’azienda.
L’incendio pilotato per scongiurare il rischio esplosione. Due in ospedale.
In mare un uomo che lavorava su una gru nei dintorni dello stabilimento.

JR - DI DALLAS...

25/11/2012 - il caso

Quando JR estorse soldi a Ceausescu
L’assist di Hagman al regime romeno

Il volto di Hagman troneggia su un manifesto del gigante petrolifero russo Lukoil in una strada di Bucarest

Dopo la morte dell’attore spuntano
ombre sulla sua vita: all’apice della
fama accettò di prestare il volto per la propaganda comunista in cambio
di “una borsa piena zeppa di denaro”
Larry Hagman, l’attore americano scomparso venerdì scorso che vestì i panni del petroliere JR Ewing nella serie Dallas, chiese al dittatore romeno Nicolae Ceausescu «una borsa piena di soldi» in cambio del permesso di esporre un suo ritratto gigante su un edificio. Lo riporta oggi il Sunday Times.

Si era negli anni Ottanta e Hagman era all’apice della fama. In quel periodo si trovava in visita in Romania accompagnato dalla moglie Maj Axelsson. Il regime, per migliorare la sua immagine, chiese a Hagman il permesso di poter usare la gigantografia. L’attore americano, in pieno stile JR, rispose che non aveva nulla in contrario a patto che una «borsa zeppa di valuta pregiata venisse lasciata nei bagni per signore di un ufficio governativo». A recuperare il malloppo ci avrebbe pensato suo moglie il giorno successivo.

Detto, fatto. Una busta di carta marrone piena di dollari fece la sua comparsa e la coppia - ha rivelato lo stesso Hagman al domenicale britannico - spese il denaro «in tutta fretta». «In quei giorni era così che trattavamo il denaro», ha aggiunto l’attore. Che ha raccontato l’aneddoto al Sunday Times con l’intesa che lo rivelasse solo dopo la sua morte.  LA STAMPA

domenica 28 ottobre 2012

RICCARDO BARENGHI PASSATO DAL MANIFESTO ALLA STAMPA...



Riccardo Barenghi - giornalista, Dopo una lunga permanenza al quotidiano Il manifesto, di cui è stato direttore dal 1998 al 2003 come successore dello storico Valentino Parlato, passa a La Stampa di Torino, dove lavora tuttora. Celeberrimi i suoi corsivi firmati come la Jena – in memoria del personaggio interpretato da Kurt Russel in Fuga da New York di John Carpenter – che ha trasferito dal quotidiano comunista a quello torinese. Le sue battute fulminanti, definite da più parti come veri haiku, rappresentano una pagina importante del giornalismo italiano.

Si puo' passare da un giornale comunista ad un giornale di appartenenza della famiglia Agnelli? sembra di si, Barenghi ci lavora da anni, alla Stampa hanno lavorato fior di giornalisti di sinistra.

Sicuramente quelli del Manifesto non subiranno la sorte di milioni di italiani rimasti disoccupati  e senza santi in paradiso. Gli esodati i santi in paradiso li hanno, per sistemarli tasseranno le sigarette? sigarette che fumano anche i disoccupati "NORMALI"?  non si vede luce di  una G I US T I Z I A per tutti  i lavoratori... questi li aiutiamo e quest'altri no, figli e figliastri...lo stato madre e matrigna... DIVIDI E IMPERA.

Il caro Monti spara l'ultima cazzata:

GLI ITALIANI VANNO TRATTATI DA ADULTI

lo ha detto a Riva del Garda...vanno tutti a Riva del Garda...

ne dicono di tutti i colori...ai cittadini italiani...ci vuole pazienza a sopportare tanta arroganza!  
 

lo ha detto 


sabato 27 ottobre 2012

VENDOLA SE CONDANNATO LASCIA LA POLITICA...

Sanità, chiesti 20 mesi per Vendola
“Se condannato lascio la politica” LA STAMPA

Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola
Il presidente della Regione Puglia
e l’ex dg Lea Cosentino imputati
per concorso in abuso di ufficio.
La Procura: “Favorì un candidato
in una selezione da primario a Bari”
bari
«Una sentenza di condanna, sia pure relativamente ad un concorso in abuso d’ufficio per me sarebbe un punto di non ritorno, segnerebbe un mio congedo dalla vita pubblica. Ma una sentenza ispirata a verità e giustizia credo che restituirà a me quello che mi è dovuto, cioè la mia totale innocenza». Si dice «assolutamente sereno» il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, mentre lascia il tribunale di Bari dopo che la procura ha chiesto la sua condanna a un anno e otto mesi per concorso in abuso d’ufficio al termine di un processo con rito abbreviato.

La sentenza del gup Susanna De Felice si conoscerà il 31 ottobre, ma il presidente, dopo essersi difeso in aula facendo spontanee dichiarazioni, spiega ai cronisti che la richiesta di pena è «esorbitante rispetto al teorema accusatorio» che è stato «completamente ridimensionato dalle difese». E aggiunge: «Non giudico la richiesta dell’accusa né sottolineo la forza mediatica», facendo forse riferimento alla campagna elettorale in corso per le primarie del Pd sulla quale pende ora l’incognita della sentenza a carico di Vendola. D’altro canto, il presidente sa che anche la sua accusatrice, e coimputata, l’ex dg dell’Asl di Bari Lea Cosentino, deve difendersi (oltre a questo è coinvolta in altri processi): all’uscita lady Asl rileva che i suoi avvocati hanno spiegato «tecnicamente che non c’è reato». Un passo indietro sottolineato anche dal legale di Vendola, l’avvocato Vincenzo Muscatiello: «I difensori (di Lea Cosentino, ndr) - ha detto il legale al termine dell’udienza - hanno sostenuto nella loro requisitoria che non vi fosse un reato e quindi che non vi fosse alcuna chiamata in correità».

Vendola è accusato dalla procura di Bari di aver istigato Cosentino, per la quale pure è stata chiesta la pena di 20 mesi di reclusione, a riaprire i termini del concorso per l’incarico quinquennale di direttore medico della struttura complessa di chirurgia toracica dell’ospedale San Paolo di Bari, vinto da Paolo Sardelli. «Io - ha spiegato Vendola - non ho interferito perché fossero commessi degli illeciti. Si è ritenuto di riaprire i termini del concorso. In Italia negli ultimi anni sono stati riaperti 181.000 concorsi per primari, come a dire che non si tratta di una pratica illecita ma di una consuetudine, anche a garanzia della qualità della selezione, perché se troppo ristretta la platea dei concorrenti il rischio è che non ci sia qualità». Sardelli nel 2009 partecipo´ e vinse il concorso e ancora oggi guida il reparto.

Per i pm inquirenti, Desirè Digeronimo e Francesco Bretone, il pressing di Vendola su Cosentino, ribattezzata dai media “Lady Asl”, altro non è che un abuso d’ufficio perché avrebbe provocato un ingiusto vantaggio patrimoniale a Sardelli, che poco prima aveva visto svanire un incarico direttivo nell’ospedale `Di Venere´, sempre a Bari. La pressione di Vendola nei confronti di Cosentino avvenne - secondo la procura di Bari - «in assenza di un fondato motivo di pubblico interesse» e «sulla base di una motivazione pretestuosa e in sé contraddittoria (asserita esigenza di «una ampia possibilità di scelta» in relazione alla «esiguità del numero dei candidati che hanno presentato domanda», in palese contrasto con la dichiarata «specifica particolarità della disciplina oggetto della selezione»). Dopo la riapertura dei termini per la presentazione delle domande, «con deliberazione del 19 aprile 2009 n.9183/1 Cosentino - per la pubblica accusa - “presceglieva” - fra i soli tre candidati presenti alla prova colloquio tenutasi il 30 marzo 2009» (...) «il dott.Sardelli ai fini del conferimento dell’indicato incarico». 

martedì 23 ottobre 2012

CORRUZIONE IN ITALIA...

In Italia si aggrava la corruzione
nella classifica mondiale
siamo con Ghana e Macedonia

Il ministro della Giustizia Paola Severino
Il trend peggiora, ma scendono
le denunce e le condanne
Il Ghana è vicino, l’Europa lontana. Si diffonde sempre di più la corruzione in Italia, nonostante il calo di denunciati e condannati. Il fenomeno causa danni per diversi miliardi di euro e rappresenta un freno alla crescita del Paese. È il quadro che emerge dal Rapporto sulla corruzione elaborato dalla commissione di studio nominata dal ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi e coordinata dal magistrato del Consiglio di Stato Roberto Garofoli.

I dati giudiziari mostrano tutti un trend discendente. I delitti di corruzione e concussione consumati sono passati dai 311 casi del 2009 ai 223 del 2010 (-88 casi). Le persone denunciate sono calate nello stesso periodo da 1.821 a 1.226 (-595). I condannati da 341 a 295 (-46). Le condanne per reati di corruzione sono passate da un massimo di 1.700 nel 1996 ad appena 239 del 2006.
Il discorso si capovolge quando si parla di percezione della corruzione. Il Corruption perception index di Transparency International, che misura la percezione percepita, colloca infatti l’Italia al 69/o posto, a pari merito con Ghana e Macedonia, con un progressivo aggravamento negli ultimi anni. L’Italia si è attestata a 3.9 contro il 6.9 della media dei Paesi Ocse, su una scala da 1 a 10 dove 10 individua l’assenza di corruzione. Un altro indice, il Rating of control of corruption della Banca mondiale relega l’Italia agli posti in Europa, con una tendenza negativa negli ultimi anni. L’indice Rcc va da 0 a 100, dove 100 indica l’assenza di corruzione; ebbene, l’Italia è passata dal valore 82, rilevato nel 2000, ad un indice pari a 59 per il 2009.

Ed un fenomeno così pervasivo comporta costi economici pesanti, stimati dalla Corte dei Conti in diversi miliardi di euro. C’è inoltre, rileva il Rapporto, un aumento dei costi strisciante ed un rialzo straordinario che colpisce i costi delle grandi opere, calcolata intorno al 40%. Vanno poi considerati i costi economici indiretti, come i ritardi nella definizione delle pratiche amministrative, il cattivo funzionamento degli apparati pubblici, la non oculata gestione delle risorse pubbliche, la perdita’ di competitività e freno alla crescita del Paese. A questo proposito viene ricordato come un valore nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International al livello di uno dei Paesi meno corrotti avrebbe garantito all’Italia un tasso di crescita’ economica di oltre il triplo a breve termine e di circa il doppio a breve termine (1970-2000).

Il Rapporto propone infine una serie di misure per prevenire e contrastare la corruzione. Si va dall’adozione di piani organizzativi in funzione di prevenzione della corruzione da parte delle singole amministrazioni all’elaborazione di un sistema organico affidato ad un’Autorità nazionale indipendente che formuli linee guida per le singole amministrazioni e ne controlli l’attuazione, dall’indicazione per legge dei contenuti minimi dei piani organizzativi che le amministrazioni dovranno adottare (rotazione incarichi, obblighi di informazione, ecc.) allo scioglimento del Consiglio per il reiterato inadempimento nell’adozione del Piano di prevenzione. Si auspica poi l’integrazione delle ipotesi di licenziamento disciplinare per i responsabili di reati contro la pubblica amministrazione e l’innalzamento del livello di trasparenza. 

venerdì 29 giugno 2012

ALESSANDRIA - IL COMUNE IN FALLIMENTO



Il Comune va in fallimento

Arrivata la pronuncia della Corte dei Conti sui bilanci della giunta Fabbio: è sfavorevole. Ora il consiglio comunale obbligato a votare il dissesto o sarà sciolto e lo farà un commissario.


E' arrivata questa mattina per Posta Elettronica Certificata l'attesa pronuncia della Corte dei Conti sui bilanci della giunta Fabbio. Sono 66 pagine, l'esito come si temeva è sfavorevole: dissesto. Il che significa che ora il nuovo consiglio comunale (che fra l'altro si riunisce proprio oggi pomeriggio) è obbligato ad approvare il dissesto oppure il prefetto provvederà a scioglierlo e nominare un commissario che lo faccia al suo posto. Il finale comunque è scritto: arriveranno da Roma i commissari del dissesto che, come in tutti i fallimenti, procederanno a pagare per quanto possibile i debiti, trovando accordi al ribasso con i creditori. Di fatto la nuova giunta riparte da zero. Le imposte locali e le tariffe è quasi scontato che schizzeranno al massimo e dovranno essere tagliati molti servizi "non indispensabili". Alessandria è il primo capoluogo di provincia ad essere dichiarato in dissesto con la nuova legge. Un primato di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Una pesante eredità di Pier Carlo Fabbio che sarà ricordato come il "sindaco del dissesto".

martedì 1 maggio 2012

BERSANI CONTESTATO...


Urla e fischi di contestazione da parte di alcuni manifestanti all'indirizzo del segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani che ha scelto Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, per celebrare la festa del Lavoro. Mentre rendeva omaggio al monumento che ricorda le vittime della strage del primo maggio 1947, quando proprio su questa spianata furono uccise 11 persone in quello che resta uno dei più inquietanti episodi del secondo dopoguerra, il leader del Pd è stato raggiunto da fischi e insulti da parte di alcuni No-Tav e sindacalisti dell'Usb (unione sindacalisti di base) che hanno avuto parole poco lusinghiere anche per chi, tra i politici locali, ha provato a difenderlo.LA STAMPA


sabato 21 aprile 2012

MARINA BERLUSCONI


Marina Berlusconi: "Monti deve essere più incisivo"


Marina Berlusconi, 48 anni, è presidente di Fininvest e del gruppo Arnaldo Mondadori Editore
«Momento difficile:
anche noi in azienda
stiamo coniugando
rigore e crescita»
LUCA UBALDESCHI LA STAMPA

milano
Se la regola di cui tanto si parla è coniugare rigore e crescita, posso affermare senza presunzione che le nostre aziende la stanno applicando». Non è casuale che la presidente di Fininvest e Mondadori, Marina Berlusconi, si affidi allo slogan preferito da tecnici e da politici per illustrare la salute del gruppo. Perché in questa intervista - la prima da quando il padre non è più a Palazzo Chigi - parte dalle questioni di business per arrivare a un'analisi delle scelte del governo Monti, cui non risparmia critiche.

Lei fa professione di fiducia. Eppure ha appena presieduto l'assemblea della Mondadori con un bilancio pieno di segni meno. Non c'è contraddizione?
«Abbiamo i problemi che vivono tutti a causa della peggiore crisi di sempre, che incide su consumi e pubblicità, ma le nostre aziende stanno facendo le scelte giuste».

Come sono cambiate le vostre strategie a causa della crisi?
«Da un lato portiamo avanti progetti per la riduzione dei costi per avere ancora più efficienza quando la crisi finirà, dall'altra continuiamo a investire su prodotto, qualità e innovazione. In ogni caso, in momenti difficili come questi, credo ci sia un approccio imprescindibile».

Quale?
«Non valutare i risultati di breve periodo, ma i fondamentali di un'azienda: solidità finanziaria, strategie, qualità delle persone. Su queste basi, abbiamo molti motivi per non perdere la fiducia. Sono altre le cose che mi tolgono serenità».

A che cosa si riferisce?
«A quell'esproprio da 564 milioni di euro che siamo stati costretti a pagare al gruppo De Benedetti».
Esproprio? Ma è una sentenza della magistratura ad aver stabilito il risarcimento a favore della Cir per il Lodo Mondadori.
«Una sentenza che non sta né in cielo né in terra, contro la quale abbiamo fatto ricorso e la Cassazione non potrà non riconoscere le nostre ragioni. E' stata "la rapina del secolo" come qualcuno l'ha definita, e brucia doppiamente perché è arrivata in un periodo difficilissimo. A proposito di De Benedetti, poi, ho appena letto una delle sue tante frasi ad effetto, "la storia non la si cambia, la si racconta". D'accordo, ma da che pulpito! Proprio lui che da 20 anni stravolge la realtà del Lodo Mondadori e con i suoi giornali fa altrettanto con la storia politica italiana. Magari cominciassero a raccontarla la storia, anziché cambiarla per i loro comodi…».

Beh, quella degli ultimi 20 anni è la storia di suo padre in politica, del conflitto di interessi tra l'uomo di governo e l'imprenditore.
«Sono 20 anni che ci viene rinfacciata questa accusa e da 20 anni dimostriamo che il conflitto di interessi ha giocato semmai a nostro sfavore. Ma lo sa che le azioni Mediaset hanno raggiunto il massimo valore quando a Palazzo Chigi c'era D'Alema e risultati record quando governava Prodi nel 2006-2007?».



Non vorrà però negare tutti i benefici che sono arrivati al gruppo?
«Un gruppo che in 16 anni ha pagato 8 miliardi fra tasse e contributi, in media 2 milioni al giorno versati nelle casse dello Stato. Basta con la bugia della politica che ci aiuta. Ora che mio padre non è più a Palazzo Chigi le nostre aziende dovrebbero potersi muovere senza che ogni loro atto venga letto attraverso la lente distorta del pregiudizio politico».

Scusi, ma mi pare troppo semplicistico ridurre la questione in questi termini. Ancora oggi tiene banco un caso di commistione tra politica e affari, le frequenze tv.
«Sul beauty contest hanno già parlato Confalonieri e mio fratello Pier Silvio. Mi limito a dire che c'era una procedura approvata dall'Europa e che nel modo in cui sono state cambiate in corsa le regole è difficile non leggere un tentativo di penalizzare Mediaset».

Ma a parte il caso frequenze, che giudizio dà del governo Monti?
«Occorre una premessa. La crisi viene dall'Europa e lì va trovata la sua soluzione, affrontando il nodo della Germania e di un rigore eccessivo che innesca una spirale perversa tra austerità e recessione».

Capisco. Ma il lavoro di Monti?
«Vuole il mio giudizio da imprenditore? La manovra della fase 1 è stata caratterizzata per l'85% da un incremento delle imposte. Ho apprezzato la riforma delle pensioni, peraltro già avviata dal governo di mio padre, ma l'insieme degli interventi ha avuto un effetto fortemente recessivo. Forse inevitabile, ma pesante».

E le decisioni successive?
«Avrebbe dovuto arrivare la fase della crescita, ma cosa abbiamo visto? I provvedimenti su liberalizzazioni e semplificazioni sono stati molto enfatizzati, ma nella realtà hanno avuto un impatto limitato se non nullo».

Passera ha presentato l'agenda della crescita. Pollice verso anche qui?
«Non mi pare proprio rappresenti una svolta. E pensando alla riforma del lavoro, non si può dare un giudizio positivo. Mi sembra un mezzo pasticcio, sono state spese settimane in trattative estenuanti, ma alla fine la flessibilità non è aumentata, anzi».

Insomma, il governo è bocciato?
«Non sta a me né promuovere né bocciare. E comunque non vorrei essere fraintesa: questo esecutivo deve continuare a governare, auguriamoci tutti che lo faccia in modo più incisivo rispetto a oggi».

Il nodo è la crescita. A suo parere, come si può raggiungerla?
«Non sono un politico, né un docente di macroeconomia, ma vivo quotidianamente la realtà delle aziende e mi pare che ci sia soltanto una strada: abbassare la pressione fiscale attraverso una riduzione del debito ottenibile con tagli alla spesa e dismissioni di assets del patrimonio pubblico. Missione impossibile? Forse. Ma è proprio nella capacità di realizzare quello che per un governo politico sarebbe impossibile, che sta l'autentica ragion d'essere di un esecutivo tecnico».

E fra un anno, con il voto, quale sarà il quadro politico?
«Non ho naturalmente la risposta. Mi auguro due cose. Prima, l'unità fra i moderati».

Berlusconi che si riallea con Casini?
«Diciamo che l'orientamento storicamente maggioritario nel Paese deve continuare ad avere adeguata rappresentanza. E chi non dovesse fare di tutto perché questo avvenga si assumerebbe una grave responsabilità. Seconda, un governo tecnico non può che essere una parentesi. Dopo, serve una riscossa della politica, che sappia ridare alla comunità l'orgoglio di riprendere in mano il proprio destino, al di là dello spread e dei diktat sovranazionali».

Ripensando alla esperienza di governo di suo padre, quali errori pensa abbia commesso?
«Cominciamo col dire che alla luce di quel che sta facendo il governo tecnico e dei problemi che incontra, anche i critici più severi del governo Berlusconi, se fossero in buona fede, avrebbero molto su cui riflettere».

Sì, ma gli errori?
«Non mi pare un errore, ma governando si è reso conto di quello che è il problema numero uno di questo Paese: la sua sostanziale ingovernabilità. Ha provato a risolverlo, glielo hanno impedito. Mi auguro che questa riforma delle regole del gioco, che non è né di destra né di sinistra, ma semplicemente indispensabile, possa avvenire adesso».

Il clima sembra leggermente più propizio al confronto politico, forse anche sulla giustizia.
«Se parliamo di giustizia, mi pare difficile negare che alcuni magistrati, solo alcuni ma molto influenti e molto attivi mediaticamente, esercitino il proprio ruolo in un modo che con la giustizia non ha nulla a che spartire. Certo, prendo atto di qualche segnale, come la conclusione del processo Mills a mio padre o del processo Dell'Utri, che del resto non avrebbero neppure dovuto cominciare. Ma prendo anche atto del fatto che continua il processo Ruby, una ignobile farsa costruita sul nulla: stiamo parlando di normalissime cene in una casa privata, tra l'altro pagate da mio padre di tasca sua. Cosa che, alla luce di quanto leggiamo in questi giorni, mi pare quasi una rarità».

Ma insomma, questo clima più disteso c'è o non c'è?
«Mi auguro che ci sia, che gli orfani delle barricate, che sono ancora tanti, la smettano di intossicare e paralizzare con i loro veleni questo Paese. Mi auguro che chi ha la voglia e il coraggio di fare, possa concentrare su questo tutte le sue migliori energie, e non dover passare la vita a guardarsi da quanti non sanno vivere senza un nemico da eliminare. E soprattutto mi auguro che tutto questo non resti solo un sogno».

twitter@lucaubaldeschi

martedì 17 aprile 2012

MASSIMO D'ALEMA

1/1/2012 - OPERA D' ARTE CONCETTUALE O NUOVA FORMA DI PROTESTA?
Mutande stese sotto casa di D'Alema
Il giorno precedente l' esponente PD era stato minacciato dalla "Federazione Anarchica Informale"
Roma, quartiere Prati. Poche auto circolano il giorno del primo dell’anno. Verso le 14 poi nemmeno girano più gli ultimi irriducibili del veglione. Per terra residui pirotecnici, freddo pungente. Forse è questo clima post atomico che ha permesso a qualcuno di allestire un bel filo di panni stesi tra due semafori sotto casa di Massimo D’ Alema.

Il politico sicuramente sta passando le feste altrove, tanto che non c’è nessuna scorta o vigilanza armata dalle parti del suo portone. Difficile interpretare il senso del gesto di chi ha voluto mettere quella stesa di mutandoni ascellari d’ antàn, collant, calzini e canottiere di fronte alle finestre dell’esponente PD.
Forse è un’ allusione al fatto che l’ anno che inizia rischia di metterci in mutande? Ma perché dimostrare proprio a D’ Alema? Forse una maniera goliardica per ricordare il decennale dell’ Euro? Chissa?

Verrebbe da pensare anche a un possibile collegamento con la lettera che, il giorno precedente al capodanno e con la sigla "Eat e Billy" della Federazione anarchica informale, è stata recapitata nella sede centrale dell'agenzia di stampa Adnkronos, in Piazza Mastai, a Roma.
La lettera conteneva minacce al Partito Democratico, e in particolare a Luciano Violante e Massimo D'Alema.

In un'altra lettura la dimostrazione potrebbe riportare addirittura a una vendetta condominiale, del tipo "occhio per occhio mutanda per mutanda", di chi non approvò una battaglia moralizzatrice che ebbe una certa eco di stampa. A settembre, proprio nella stessa via, era scoppiata una protesta di residenti che portò alla chiusura di un sexi shop automatico, che aveva installato il distributore di oggetti erotici proprio accanto al portone dove risiede D' Alema e la sua famiglia.