fonte: qui
Su Vanity Fair (cartaceo) dell'8 Febbraio c'è un'interessante intervista fatta a Rodolfo Fracassi 36 anni, ex Manager Goldman Sachs, laureato alla Bocconi. Vorrei condividerla con gl’utenti di Nibiru perché offre interessanti spunti di riflessione.
Ho estratto alcuni punti salienti dall’articolo:
Guadagnava milioni mentre il mondo crollava. Ma non era felice. Così ha detto basta. E pedalando (lascia tutto, prende la bici e attraversa il sudamerica percorrendo le Ande) ha capito che una via diversa esiste.
Fino al 2008 lavorava a Londra per Goldman Sachs, muoveva montagne di denaro con un clic. Spostava investimenti, collocava titoli, moltiplicava quotazioni e scalate finanziarie. A trent'anni si preparava a diventare il "padrone dell'universo".
Dopo otto anni inizia a non dormire più, "non trovavo più un senso al mio lavoro"; quella ricerca insonne di denaro che moltiplica altro denaro, mentre il cielo della crisi planetaria cominciava già a sgocciolare fallimenti disseminando la vita reale di piccole catastrofi e grandi dubbi.
In quei giorni di insonnia, il lavoro smette di essere una identità con la tripla A.
Così un giorno di Aprile va dal suo capo e gli dice "Mi licenzio", " non cerco aumenti, me ne vado e basta", il suo boss gli dice: "Rilassati, prenditi una vacanza; i mercati sparano, stiamo facendo un mucchio di soldi, cosa vuoi di più dalla vita?"
Ma Rodolfo vuole di più di quel mondo e inizia il suo viaggio in bici, un sogno che aveva da ragazzo, per rinascere. Lo segue un suo amico, anche lui Private Banker.
(salto la parte sulla descrizione del lungo viaggio in bici)
Durante il viaggio "di colpo il mio ex lavoro mi è sembrato folle. Anzi, era insensato l'intero mondo della Finanza mondiale. Basato sull'idea che espandendo i debiti di tutti, compresi quelli degli Stati, si sarebbe potuta ipnotizzare anche la matematica in un eterno status quo". Nel quale la politica si compra il consenso degli elettori moltiplicando il credito e la Finanza si compra il mondo, incassando le provvigioni sul debito di milioni di persone, milioni di altre vite, senza mai prevedere conseguenze, "più o meno come andare con i freni della bici rotti giù dalle Ande e sperare di farla franca".
Invece lo schianto arriva quando i conti smettono di girare, quando l’ipnosi si dissolve, quando Lehman Brothers fallisce, quando le carte di credito vengono cancellate, le case pignorate, i governi avviati alla catastrofe e milioni di persone, senza neanche sapere perché, finiscono sul lastrico.
“Sino a quando stai nel castello fai fatica ad accorgertene, anzi vuoi che tutti gl’ingranaggi continuino a girare”. E’ pedalando dentro la Patagonia che la nebbia di parole e numeri si dirada, che la verità diventa chiara.
Il tesoro del viaggio si rivela al ritorno quando Rodolfo ed Andrea creano la Main Street Partners, perché a differenza di Wall Street che è la strada dei padroni dell’universo, “la Main è la strada della gente comune”.
Ora investono per lo sviluppo nel Terzo Mondo, finanziano progetti per le energie rinnovabili, per pozzi d’acqua potabile nel deserto, per aprire sportelli di micro credito per i poveri del mondo, per costruire ospedali low cost in Africa. Si muovono nella finanza etica, “che poi significa fare investimenti per il bene comune e anche guadagnarci”. Non hanno smesso di amare il denaro, ma gli hanno dato uno scopo.
Tratto da:
Vanity Fair – 08.02.2012 – Pagg. 130-131, articolo di Pino Corrias
ITALIANISCOSTUMATI IN RIFERIMENTO AI POLITICI CHE HANNO PORTATO IL PAESE A UN DEBITO PUBBLICO FUORI CONTROLLO... un paese che sta' nelle graduatorie che non ci fanno onore...un blog caotico e senza nessuna pretesa...
Elenco blog personale
Visualizzazione post con etichetta GOLDMAN SACHS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta GOLDMAN SACHS. Mostra tutti i post
venerdì 16 marzo 2012
GOLDMAN SACHS
Goldman sotto attacco negli Usa sull'etica
di Stefania Arcudi e Mario Platero - il sole 24 ore
Una banca che non conosce l'etica, «un clima lavorativo tossico e distruttivo», clienti trattati come «muppets», pupazzi. Sono parole che bruciano quelle usate ieri da Greg Smith, dirigente di Goldman Sachs, nel giorno delle sue dimissioni. Da dodici anni in forza al colosso bancario americano nella sede di Londra, il manager ha scelto come cassa di risonanza per il suo sfogo le pagine del New York Times, dove ha pubblicato un caustico commento. «L'interesse dei clienti è sempre più marginale nelle azioni della società, che pensa solo a fare soldi», scrive, prendendo Wall Street in contropiede.
Goldman non è stata a guardare e ha subito preso le distanze. Prima con le parole di un portavoce («il punto di vista espresso non rispecchia il modo in cui agiamo. Il successo dei clienti è il cuore del nostro business», si leggeva in una nota). Quindi con una risposta formale, arrivata con una lettera ai dipendenti, firmata dall'amministratore delegato Lloyd Blankfein e dal direttore operativo Gary Cohn. «Non siamo perfetti, ma rispondiamo in modo serio e concreto se emerge un problema, lo abbiamo dimostrato con i fatti» anche durante la crisi finanziaria. I due ammettono che in un'azienda con oltre 30.000 dipendenti ci possono essere malumori e malcontento e che «tutti hanno diritto ad avere un'opinione, ma è una cosa spiacevole quando uno parla a voce più alta del normale e dalle pagine di un giornale».
BLANKFEIN E COHN
Proprio ai due dirigenti erano indirizzate le parole più dure dell'editoriale di Smith, che non perdona ai vertici dell'azienda di avere accantonato lo spirito con cui Goldman è stata fondata 143 anni fa, uno spirito centrato «sul lavoro di squadra, l'integrità, l'umiltà e il bene dei clienti». I libri di storia, scrive Smith, parleranno di come Lloyd Blankfein e Gary Cohn hanno perso di vista la vera cultura della società, trascinandola verso «una perdita del tessuto morale» che potrebbe portare la banca alla rovina.
Qualcuno dice che l'ex dirigente avrebbe dato sfogo al suo malcontento per non avere avuto abbastanza spazio nell'azienda: la sua carica non è di particolare prestigio e la divisione di cui era a capo, quella che si occupa di derivati per Europa, Asia e Medio Oriente, avrebbe solo lui tra i dipendenti fissi. Altri agitano lo spettro della vendetta, ricordando che non è chiara la dinamica delle dimissioni e che a inizio anno ci sarebbero stati attriti tra Smith e la società sul pagamento dei bonus per il 2011. Ma al di là di questo, tutti sono concordi nel dire che la lettera aperta è stata per Goldman un fulmine a ciel sereno, ma non troppo. La banca non è nuova agli attacchi, qualche volta al limite dell'insulto (iconica in questo senso la descrizione che ne fece il mensile Rolling Stone, parlando dell'istituto come di «una grande piovra-vampiro»). E Goldman non è nuova neppure agli scandali, come quello dell'aprile 2010 quando la Securities and Exchange Commission, la Consob americana, accusò la banca di frode su complessi strumenti di debito: la banca fu costretta a pagare 550 milioni di dollari e l'allora dirigente Fabrice Tourre finì sulla gogna politica e mediatica per aver scritto di essere «l'unico in grado di comprendere le mostruosità» che aveva creato.
Su Twitter, Facebook e sui blog è partita una girandola di reazioni e le accuse incendiarie di Smith sono destinate a riaprire il dibattito sulle pratiche di Wall Street e, in particolare, su Goldman. La banca, ancora da più parti considerata un esempio degli eccessi di Wall Street, ha fatto di tutto per allontanare da sé le ombre, apparentemente senza successo. «È cambiata la mentalità della banca nel modo di investire e questo riflette un cambiamento del mercato negli ultimi quindici o vent'anni», ha commentato l'ex presidente della Banca Centrale americana Paul Volcker. E in alcuni casi Goldman ci ha messo del suo: nel 2009 Blankfein aveva detto in un'intervista al Times di Londra che la società era «chiamata a fare il volere di Dio». Arroganza si disse allora, proprio come ha scritto ieri Smith.
15 marzo 2012
di Stefania Arcudi e Mario Platero - il sole 24 ore
Una banca che non conosce l'etica, «un clima lavorativo tossico e distruttivo», clienti trattati come «muppets», pupazzi. Sono parole che bruciano quelle usate ieri da Greg Smith, dirigente di Goldman Sachs, nel giorno delle sue dimissioni. Da dodici anni in forza al colosso bancario americano nella sede di Londra, il manager ha scelto come cassa di risonanza per il suo sfogo le pagine del New York Times, dove ha pubblicato un caustico commento. «L'interesse dei clienti è sempre più marginale nelle azioni della società, che pensa solo a fare soldi», scrive, prendendo Wall Street in contropiede.
Goldman non è stata a guardare e ha subito preso le distanze. Prima con le parole di un portavoce («il punto di vista espresso non rispecchia il modo in cui agiamo. Il successo dei clienti è il cuore del nostro business», si leggeva in una nota). Quindi con una risposta formale, arrivata con una lettera ai dipendenti, firmata dall'amministratore delegato Lloyd Blankfein e dal direttore operativo Gary Cohn. «Non siamo perfetti, ma rispondiamo in modo serio e concreto se emerge un problema, lo abbiamo dimostrato con i fatti» anche durante la crisi finanziaria. I due ammettono che in un'azienda con oltre 30.000 dipendenti ci possono essere malumori e malcontento e che «tutti hanno diritto ad avere un'opinione, ma è una cosa spiacevole quando uno parla a voce più alta del normale e dalle pagine di un giornale».
BLANKFEIN E COHN
Proprio ai due dirigenti erano indirizzate le parole più dure dell'editoriale di Smith, che non perdona ai vertici dell'azienda di avere accantonato lo spirito con cui Goldman è stata fondata 143 anni fa, uno spirito centrato «sul lavoro di squadra, l'integrità, l'umiltà e il bene dei clienti». I libri di storia, scrive Smith, parleranno di come Lloyd Blankfein e Gary Cohn hanno perso di vista la vera cultura della società, trascinandola verso «una perdita del tessuto morale» che potrebbe portare la banca alla rovina.
Qualcuno dice che l'ex dirigente avrebbe dato sfogo al suo malcontento per non avere avuto abbastanza spazio nell'azienda: la sua carica non è di particolare prestigio e la divisione di cui era a capo, quella che si occupa di derivati per Europa, Asia e Medio Oriente, avrebbe solo lui tra i dipendenti fissi. Altri agitano lo spettro della vendetta, ricordando che non è chiara la dinamica delle dimissioni e che a inizio anno ci sarebbero stati attriti tra Smith e la società sul pagamento dei bonus per il 2011. Ma al di là di questo, tutti sono concordi nel dire che la lettera aperta è stata per Goldman un fulmine a ciel sereno, ma non troppo. La banca non è nuova agli attacchi, qualche volta al limite dell'insulto (iconica in questo senso la descrizione che ne fece il mensile Rolling Stone, parlando dell'istituto come di «una grande piovra-vampiro»). E Goldman non è nuova neppure agli scandali, come quello dell'aprile 2010 quando la Securities and Exchange Commission, la Consob americana, accusò la banca di frode su complessi strumenti di debito: la banca fu costretta a pagare 550 milioni di dollari e l'allora dirigente Fabrice Tourre finì sulla gogna politica e mediatica per aver scritto di essere «l'unico in grado di comprendere le mostruosità» che aveva creato.
Su Twitter, Facebook e sui blog è partita una girandola di reazioni e le accuse incendiarie di Smith sono destinate a riaprire il dibattito sulle pratiche di Wall Street e, in particolare, su Goldman. La banca, ancora da più parti considerata un esempio degli eccessi di Wall Street, ha fatto di tutto per allontanare da sé le ombre, apparentemente senza successo. «È cambiata la mentalità della banca nel modo di investire e questo riflette un cambiamento del mercato negli ultimi quindici o vent'anni», ha commentato l'ex presidente della Banca Centrale americana Paul Volcker. E in alcuni casi Goldman ci ha messo del suo: nel 2009 Blankfein aveva detto in un'intervista al Times di Londra che la società era «chiamata a fare il volere di Dio». Arroganza si disse allora, proprio come ha scritto ieri Smith.
15 marzo 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)



