Elenco blog personale

Visualizzazione post con etichetta ANTONIO DI PIETRO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ANTONIO DI PIETRO. Mostra tutti i post

giovedì 22 ottobre 2015

ANTONIO DI PIETRO

Di Pietro si autocandida come sindaco per “moralizzare” Milano. Ecco la sua storia, i buchi neri e le domande senza risposta


15 ottobre 2015 autore: Andrea Cinquegrani

 

Di Pietro MONT 
14 ottobre, il Di Pietro day. E’ il gran giorno del ritorno in campo del mitico eroe di Mani pulite, del super Moralizzatore che terrorizzava ladri & mazzettari, l’uomo senza macchia e senza paura che ha demolito la prima repubblica. Il giorno è più “azzeccato” che mai, il day after la nuova Tangentopoli che scuote il palazzo della Regione Lombardia con l’arresto del ras della sanità Mario Mantovani che faceva un elegante pizzo con merletto ai poveri dializzati o che poteva ristrutturare le sue fantasmagoriche magioni alla faccia degli anziati buttati a morire negli ospizi.
E quindi lui, il Mastrolindo di tutto il marcio accumulato vent’anni e passa fa nei Palazzi dc, psi & dintorni, non può che essere il benvenuto nei salotti & salottini dell’informazione (sic), soprattutto in vista delle prossime amministrative che, a Roma come a Napoli e in questo caso a Milano, soffieranno impetuose per spazzar via vecchie e nuove mummie della politica, per veder sorgere il Nuovo, aprire i cuori alla Speranza, all’Onestà, alla Giustizia. Città inondate, finalmente, da fasci di luce & trasparenza, per un futuro finalmente civile per le generazioni a venire.
Schermata 2015-10-15 alle 20.42.51Ecco, allora, lo spartito del Di Pietro day, di un “CandidAntonio” da brividi, degno delle note di Mameli. Ospite d’onore di Lilli Gruber per il suo Otto e mezzo in primissima serata su La 7. Gongola, Antonio, discetta di moralità pubblica come del suo pane quotidiano, lui sì che sa come acchiappare corruttori e corrotti, concussori e concussi, ladri & furbi di ogni razza. E’ il magistrato integerrimo che ci vuole per sgominare le bande che imperversano a Milano, per snidare tutti i mafiosi che lucrano sugli appalti, spesso e volentieri sulla pelle dei cittadini, come dimostra il caso Mantovani. E nella memoria degli spettatori ecco farsi spazio la figura di Mario Chiesa, che lui, l’Eroe – come immortalato nella recente fiction – prese con le mani nel sacco – anzi nel cesso – per far sparire i bigliettoni da centomila guadagnati sulla vita degli anziani (arieccoci) del Pio Albergo Trivulzio, quel 19 febbraio 1992.
Non basta, La 7 di Cairo è più ospitale che mai, e spalanca le porte al San (di) Pietro anche per il suo Omnibus. “Ci vuole un candidato della magistratura, uno così per raddrizzare le istituzioni”. Capito?
Non è certo finita, perchè nella Gabbia di Paragone non può mancar spazio per lo spirito del pm, la figura che incombe su tutto per portare il Verbo della Legalità nella povera Milano bevuta e strabevuta da mafiosi e colletti bianchi di tutte le risme. Ed ecco il miracolo di un Vittorio Sgarbi convertito sulla via di Montenero, pronto a votare e far votare (VotAntonio, VotAntonio) il pubblico ministero che ci vuole per scuotere risotti & panettoni dal torpore, e mandare in gattabuia i delinquenti.
Ma lui, il Robin Hood salito dalle aspre terre d’Abruzzo per portare la buona novella al cospetto della Madunina, narra di essere solo contro tutto e contro tutti, il piccolo Davide contro i Golia dei Palazzi. “Non mi vuole il Pd, non mi vogliono i 5 Stelle”, pigola. E chiede il sostegno della Società Civile. E così, sommessamente, racconta la sua battaglia contro i colossi davanti ai microfoni di Agorà, su Raitre.
Fa sapere ai mortali milanesi e non solo – tra una passeggiata e l’altra sul lago di Como, moltiplicando trote e coriconi – che “il suo posto è nel centro sinistra, pur se Renzi oggi fa poche cose di sinistra. Il problema – analizza – è se il centro sinistra è disposto a riconoscersi in Antonio Di Pietro con la sua storia alle spalle”. Alle spalle non c’è solo l’antica candidatura al Mugello voluta da Massimo D’Alema, ma la realtà del “magistrato più fascista d’Italia”, ricordano al foro di Milano, dove non dimenticano che in quella procura fu l’unica toga a non scioperare (l’altra era Ilda Boccassini, ma per motivi ben diversi…) contro il picconator Cossiga ai tempi delle esternazioni nei confronti dei magistrati morti sotto i colpi della mafia, i “giudici ragazzini” come Livatino.
Una delle copertine della Voce su Di Pietro, maggio 1995
Una delle copertine della Voce su Di Pietro, maggio 1995
Poi affonda il coltello nelle piaghe meneghine, la Super Toga. A Milano – è l’analisi da anatomopatologo – “negli ultimi vent’anni non è cambiato nulla. Se Pisapia, che conosceva le identità di certi personaggi che gestivano la lottizzazione degli affari milanesi non ha reagito in alcun modo, vuol dire che a sua volta non ha fatto niente per contrastare la corruzione dilagante”. Un Marino allo zafferano, insomma.
Poi affonda il bisturi: “è riduttivo che il fatto che ci siano personaggi già condannati che continuano a gestire la cosa pubblica sia uno spot per me. La verità è che io sono un personaggio scomodo”. Un avvertimento anche ai “compagni” del Pd: “voglio vedere come e se faranno le primarie. Ma soprattutto mi interessa vedere in base a quale escamotage diranno che Antonio Di Pietro non si può candidare”.
Sedici anni fa, nel 1999, Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato scrissero un libro intitolato “Corruzione ad Alta Velocità”, che ricostruiva in modo minuzioso quel grande business che ha ingrassato tanta parte della politica di casa nostra (e anche Cosa Nostra). In quelle incandescenti pagine balzavano agli occhi le responsabilità di due pezzi da novanta dei nostri Palazzi: Romano Prodi ma soprattutto Antonio Di Pietro. Che non ha mai risposto a quegli interrogativi grossi come macigni e sollevati da Imposimato e Provvisionato, i quali sono andati ben oltre – nella loro ricostruzione – le accuse dei pm di Brescia, a quel tempo, contro Di Pietro. Che venne assolto perchè, al solito, i “fatti non sono penalmente rilevanti”: anche se moralmente e deontologicamente (allora Di Pietro era magistrato di punta del pool) gravissimi.
Riteniamo che un illustre candidato alla poltrona di sindaco per Milano, come Di Pietro, non possa non rispondere a quegli interrogativi giganteschi come il Pirellone. Prima di autocandidarsi o venire candidato, un piccolo sforzo di memoria, per un pm di razza come lui, è una quisquilia. Una pinzellacchera.

Di seguito alcuni stralci (con relative pagine di riferimento) da “Corruzione ad Alta Velocità – Viaggio nel governo invisibile”.
Il libro di Imposimato e Provvisionato
Il libro di Imposimato e Provvisionato
Da pagina 7. “Tangentopoli ha certamente influenzato la crisi del sistema politico italiano, ma non l’ha determinata. La crisi covava da anni e la corruzione politica era uno dei fattori, non il solo. Il sistema politico è stato corroso non solo da un personale politico usurato dal tempo ma da affaristi occulti legati spesso a poteri occulti. Per fare un solo esempio, un personaggio come Pierfrancesco Pacini Battaglia, di cui tanto si parla in questo libro. Pochissimi ‘intimi’ ne conoscevano l’esistenza, ma egli esercitava un potere corruttivo enorme, con complicità vaste in tutti i campi dell’amministrazione pubblica e della magistratura”.
Pagina 87. “In un’altra intercettazione Pacini Battaglia, parlando con un imprenditore, fa riferimento alla difficoltà di costituire fondi in nero. Poi, affrontando la questione dell’inchiesta milanese ‘mani pulite’, dice: “ti spiego, io sono convinto che… noi siamo usciti da, voi siete usciti da mani pulite o io sono uscito da mani pulite solo perchè si è pagato…”.
Pagina 93, a proposito delle verbalizzazioni dell’ex presidente Agip Raffaele Santoro: “Esiste da tempo – racconta l’ex dirigente – una sorta di ‘cartello’, quantomeno un patto di non belligeranza, tra quattro società di ingegneria, formato da Snamprogetti, Tpl, Ctip e Techint. Il garante e arbitro è il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia”. Poi: “Il racconto di Santoro resterà lettera morta. Pacini Battaglia farà la sua comparsa (una vera comparsata durata appena dieci ore, giusto il tempo di un interrogatorio) solo nell’affare dei fondi neri Eni”.

L’UOMO A UN PASSO DA DIO
Pagina 95: “In questo intreccio di mazzette resta sempre centrale la figura di Pacini Battaglia, il quale avrebbe reso possibile la costituzione di fondi neri societari all’estero, nel tentativo di rendere invisibili i beneficiari di quel denaro. Tutto questo lo scopriranno i magistrati di Perugia. Ma perchè, pur incappando ben cinque anni prima, negli affari sporchi della Tpl, Antonio Di Pietro, e con lui Gherardo Colombo, non erano riusciti a venire a capo di nulla? Eppure, sempre nel 1993, interrogato dai magistrati del pool di Milano, il finanziere Sergio Cragnotti aveva raccontato di aver ricevuto dalla Tpl cinque miliardi, soldi poi bonificati da Pacini Battaglia. Due miliardi, aveva riferito Cragnotti, li aveva tenuti per sé, due erano finiti a Gardini, e l’ultimo a Necci e Pacini Battaglia. Ma ascoltato dal procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, Pacini Battaglia nega tutto e sconfessa Cragnotti. Ed ecco la seconda stranezza: anziché essere messo a confronto con Cragnotti da Di Pietro, Pacini Battaglia viene creduto come un oracolo e mandato a casa. Non era mai accaduto nel ‘rito ambrosiano’ officiato da Di Pietro, che un imputato, disposto non solo a confessare, ma soprattutto a fare dei nomi e a fornire dei presici riscontri obiettivi che a distanza di anni sono stati trovati, non sia stato creduto. Mentre un altro imputato, che dello stesso fatto negava tutto, venisse prima creduto e subito dopo lasciato libero di inquinare le prove. E di corrompere – secondo i pm di Perugia – diverse altre persone. Per questa brutta pagina giudiziaria Di Pietro finirà sotto inchiesta davanti ai magistrati di Brescia che nel marzo 1998 lo accuseranno, tra l’altro, di aver omesso di sviluppare, dal punto di vista investigativo, ‘come sarebbe stato necessario e possibile, attraverso rogatorie internazionali, le notizie fornite’. In altre parole la procura di Brescia raggiungerà la convinzione che Di Pietro, da pm a Milano, avesse favorito il banchiere, omettendo una serie di indagini sul suo conto e salvando di fatto personaggi come Necci. Secondo i magistrati bresciani, infatti, Di Pietro aveva revocato la rogatoria con la Svizzera che avrebbe consentito di scoprire che presso la banca la Karfinco di Ginevra, cioè la banca di Pacini, erano accesi conti intestati a diversi coindagati, tra i quali i responsabili dell’Eni e della Tlp. Ma il gip di Brescia Anna Di Martino ha prosciolto Di Pietro da tutte le accuse con la formula ‘perchè il fatto non sussiste’”.

PACINI, NECCI, CRAGNOTTI E LA MAXI INCHIESTA ENIMONT
Pagina 97. “Un’altra domanda s’imponeva, rimasta senza risposta: come mai Di Pietro lasciò Pacini Battaglia libero? Non c’era per il faccendiere, fulcro di tutti gli imbrogli dell’Enimont, quel rischio d’inquinamento delle prove tanto spesso tirato in ballo per arrestare e tenere in galera tanti personaggi dello spessore criminale decisamente inferiore a quello di Pacini Battaglia? Rischio che ordinanze del tribunale di Milano del 1 dicembre 1997 e del gip di La Spezia e di Perugia hanno confermato? E’ solo una coincidenza che anche costui fosse difeso dal solito avvocato Peppino Lucibello, amico intimo di Di Pietro, lo stesso legale per il quale i magistrati di Perugia chiederanno, senza però ottenerla, l’incompatibilità nella difesa del suo assistito? E come mai il cervello così carico di saggezza popolare del pm milanese non venne neppure sfiorato dall’idea di procedere ad una serie di confronti incrociati tra Cragnotti e Pacini, tra Cragnotti e Necci e tra Necci e Pacini? Perchè Di Pietro lasciò che un calibro da 90 come Pacini venisse interrogato da Borrelli che poco o nulla sapeva dei dettagli della vicenda di cui Cragnotti aveva parlato? Perchè, guarda caso, i nomi di Pacini, Necci e Cragnotti verranno stralciati dal processo Enimont? Perchè in questa vicenda Di Pietro non ha usato quella sua personalissima tecnica, ampiamente collaudata, e cioè tenere dentro tutti: Cragnotti, reo confesso, Necci, chiamato in correità e Pacini Battaglia, chiamato anche lui in correità? Sono andato a rileggere l’elenco dei nomi dei principali imputati del processo Enimont: non nascondo che un brivido mi ha attraversato la schiena. Alcuni di quegli imputati come Gabriele Cagliari furono letteralmente torturati psicologicamente e tenuti in carcere fino alla morte. Per suicidio. Altri, come Raul Gardini, furono minacciati senza pietà di arresto fino alla morte. Per suicidio. Altri ancora – è proprio il caso di Cragnotti e Pacini Battaglia – il carcere lo hanno visto appena (il primo) o, almeno a Milano, non l’hanno visto mai (il secondo).
Pagina 98, a proposito dei vari filoni d’inchiesta sull’alta velocità. “Nel corso di un vertice per chiarire alcune sovrapposizioni di indagine, vertice che si svolge nel palazzo di giustizia della capitale e al quale partecipano diversi sostituti di Roma e Milano, viene deciso lo sdoppiamento dell’appena nata inchiesta sull’alta velocità. Al vertice partecipano anche Giorgio Castellucci e Antonio Di Pietro. E’ stato lo stesso Castellucci, nell’ottobre del 1996, a spiegare come andarono le cose. Il magistrato romano nel ’93 aveva appena aperto il fascicolo sull’alta velocità, ma Di Pietro – racconta Castellucci – gli confidò che su quell’argomento aveva cominciato a parlare l’imprenditore Vincenzo Lodigiani, secondo il quale intorno al progetto Tav c’era una vera e propria lottizzazione tangentizia. Fu così che a Roma rimase l’inchiesta sulla correttezza delle procedure con cui era stata costituita la Tav spa di Ercole Incalza, mentre quella sugli appalti per l’alta velocità ferroviaria finì a Milano nelle mani di Di Pietro. La tranche d’inchiesta presa in carico da Di Pietro a tutt’oggi (1999, ndr) non si sa che fine abbia fatto. Di Pietro se ne spoglia quando nel dicembre 1994 abbandona la toga”.

QUELLE MISTERIOSE CARTE DA ROMA A MILANO
Pagina 99. “Sospeso Castellucci dal suo incarico, la tranche romana passa ad un altro pm, Giuseppe Geremia. Costei, per prima cosa, vuole vederci chiaro in quella strana spartizione di atti giudiziari avvenuta nel 1993 tra Castellucci e Di Pietro. Alla Geremia non era scappato un particolare: non era la prima volta che Di Pietro si appropriava di un’inchiesta nata a Roma. Era già accaduto. Era successo con l’inchiesta sui soldi sparito della cooperazione, di cui era titolare il sostituto procuratore di Roma Vittorio Paraggio. (…) L’11 giugno 1993 Paraggio aveva ricevuto un fax da Di Pietro – ma l’ex pm milanese ha negato questa circostanza – nel quale lo invitava a trasmettergli gli atti relativi alla posizione di Pierfrancesco Pacini Battaglia, che Paraggio aveva iscritto nel registro degli indagati assieme, tra gli altri, all’allora segretario del Psi Bettino Craxi, all’ex ministro degli Esteri, anche lui socialista, Gianni De Michelis e al finanziere Ferdinando Mach di Palmenstein. Nell’abitazione parigina di quest’ultimo, intestata all’attrice Domiziana Giordano, erano stati trovati documenti, alcuni dei quali si riferivano proprio ad Antonio Di Pietro. Paraggio aveva indagato Pacini Battaglia a proposito di un progetto di cooperazione che si sarebbe dovuto realizzare in Africa e di cui si occupava l’imprenditore Paolo Ciaccia, titolare della Ctip. Ma nel fax – stando alla versione di Paraggio – Di Pietro insisteva per avere le carte relative al banchiere italo svizzero. Il motivo: Pacini Battaglia, indagato anche a Milano, nell’ambito del processo Enimont, stava collaborando. Era quindi opportuno evitare qualsiasi forma di sovrapposizione. A quel punto Paraggio aveva deciso di stralciare la posizione del finanziere e l’8 luglio 1993 l’aveva inviata per competenza alla procura di Milano. (…) Basterebbe questa nuova invasione di campo di Di Pietro per far drizzare le orecchie a chiunque. Prima la faccenda dell’alta velocità in cui Pacini Battaglia ha avuto un ruolo determinante, poi quella della cooperazione, dove il pubblico ministero punta la sua attenzione proprio su di lui, sul tanto discusso banchiere. Se una coincidenza è una coincidenza, due diventano un indizio. Almeno così ragionava Antonio Di Pietro quando faceva il magistrato. Ma c’è di più, molto di più. Che Roma stesse indagando su Pacini Battaglia fin dal 1993 lo scoprono i sostituti di La Spezia Cardino e Franz. Sono loro a chiedersi che fine avrà fatto quell’inchiesta. Prendono quindi contatto con la procura di Roma, scoprendo che quegli atti sono stati inviati da Paraggio a Milano. Cercano allora i colleghi di Milano. Di Pietro non è più ormai da tempo in magistratura, è vero, ma quelle carte su Pacini Battaglia dove sono mai finite? I magistrati di Milano cadono dalle nuvole. Qui da noi sul faccendiere e sui suoi affari con la cooperazione non c’è proprio nulla. Si scopre così che quegli atti, quelle carte sono scomparsi. Spariti, volatilizzati. In altre parole non si trovano più. Risultato: certamente il più gradito a Pacini Battaglia. Per tre anni nessuno ha indagato su di lui. I magistrati di Roma perchè avevano stralciato la posizione, inviandola a Milano. Quelli del capoluogo lombardo perchè Pacini Battaglia era indagato nell’inchiesta sulla cooperazione e dell’inchiesta sulla cooperazione si occupava Roma. Ma ci sono altri atti che sono spariti. A Roma non si trovano più alcuni documenti sequestrati a Mach di Palmenstein. Già, proprio così, alcuni documenti facenti parte del dossier in cui si parla ancora di lui: Antonio Di Pietro”.
Pagina 103. “E’ così che il sostituto di Roma Vittorio Paraggio finisce nei guai. Sarà indagato dalla procura di Perugia e solo nel 1999 la sua posizione verrà archiviata. I sospetti su Di Pietro finiranno a Brescia. Archiviazione anche per lii. A scoprire l’arcano sono i pm di Perugia che scrivono: ‘ Gli atti relativi a Pacini (in tema di cooperazione) sono stati effettivamente trasmessi a Milano’, dopo che, su istanza di Lucibello, il pm Di Pietro chiese al collega Paraggio di non svolgere indagini su Pacini in quanto stava offrendo rilevante collaborazione nelle indagini svolte dalla procura di Milano”.

I 12 MILIARDI IN “PRESTITO” DAL COSTRUTTORE D’ADAMO
pag.123-124 – A Di Pietro “furono offerte tutte le occasioni, i dati materiali, le conoscenze giuste per scoperchiare tutte le pentole, anche quella gigantesca dell’Alta velocità. Eppure Di Pietro non si avvide di nulla o quasi. Mentre eccezionale fu lo zelo su altri fronti d’inchiesta da parte del magistrato di Curno. Ma dove sono finite le confessioni di Enzo Papi che dinanzi al pm Di Pietro parlò, nel maggio del 1993, delle mazzette pagate alla Fiat: ‘Il boccone più ghiotto è quello dell’Alta velocità, un affare inizialmente da 40 mila miliardi, con la Cogefar (di casa Fiat, ndr) che assume la guida di due consorzi che si riservavano una larga fetta delle risorse pubbliche. Vincenzo Lodigiani mi fece presente che i partiti chiedevano una tangente del 3 per cento’?. E dove sono finite le carte sequestrate a Lodigiani? E le sue dichiarazioni? Piccole, insignificanti distrazioni? Massima concentrazione su un intreccio di corruzione tanto complesso da far scorgere il filo, tralasciando la matassa? Oppure Di Pietro non volle scoprire alcunchè? Certo impressiona che garante dell’Alta velocità fosse – tra il 1992 e il 1993 – quel prof. Romano Prodi, con lui oggi alleato nel movimento I democratici.
Il dubbio si fa più grande quando i pm di Perugia scrivono che i risultati dell’inchiesta di Milano furono tali da ‘evitare rischi per quegli interessi alla cui salvaguardia Pacini presiede anche in nome e per conto di Necci e dei responsabili della Tpl’. E il Tribunale di Milano, il 1 dicembre del 1997, in sede di riesame, ha confermato che tra i conti di Pacini e dei suoi fiduciari e i conti dei dirigenti dell’Eni e della Tpl-Av esistevano evidenti interconnessioni. E che tutti questi conti erano stati svuotati a partire dal primo arresto del Pacini – durato poche ore – nel 1993”.
Prosegue la ricostruzione di Imposimato e Provvisionato. “Di quest’ultimo avviso sono i magistrati della Procura di Brescia che il 12 novembre 1996 ricevono per competenza territoriale da La Spezia il procedimento penale a carico di Antonio Di Pietro, il suo amico del cuore, l’avvocato Giuseppe Lucibello e il costruttore Antonio D’Adamo (amico del pm milanese, poi suo grande accusatore e beneficiato da Pacini Battaglia di munifiche elargizioni di denaro) per i reati di concorso in corruzione. Chiedendo il rinvio a giudizio di questi tre personaggi, i pm bresciani ribadiranno questo concetto: ci sono inchieste su cui Di Pietro non volle indagare per favorire Pacini Battaglia. Ammettiamo, nello svolgere il nostro ragionamento, che quest’ipotesi formulata dai pm di Brescia – a prescindere dalle valutazioni strettamente giuridiche che riguardano la rilevanza penale di determinate condotte del dottor Di Pietro – sia storicamente fondata su elementi concreti. Ecco allora un altro quesito: perchè questi dati non sono stati considerati sufficienti per una verifica dibattimentale? Tanto più che alla base delle accuse dei pm di Brescia vi era una circostanziata confessione di D’Adamo, con una serie impressionante di riscontri diretti, tra cui il ‘prestito’ da ben 12 miliardi senza l’ombra di una garanzia”.
Pagina 126, da una conversazione intercettata fra Pacini Battaglia e il suo precedente difensore, l’avvocato Marcello Petrelli. E’ Pacini che parla: “oggi come oggi noi siamo usciti da mani pulite pagando, intrafugnando. (…) quello che ti voglio dire… a me se acchiappano Lucibello e Di Pietro… hanno i soldi in Austria, io sono l’uomo più contento del mondo… vediamo di capirsi… io non ho sposato Di Pietro, né ho sposato Lucibello. A me Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato… a me se li buttano dentro tutti e due… mi fai l’uomo più felice del mondo”.
Pagina 127. “Il fatto certo è che Pacini Battaglia, pur inquisito dalla procura di Milano, negli anni 1993-95 non ha subito alcuna custodia cautelare. Così come è sicuro che l’indagine a suo carico venne svolta in via esclusiva , e comunque predominante, da Di Pietro (così come hanno affermato, con indiscutibile chiarezza, altri due magistrati del pool, Colombo e Greco). Altrettanto fondato è che per evitare di essere incarcerato Pacini si presentò spontaneamente al dott. Di Pietro, assistito dall’avv. Lucibello (frequentatore e commensale abituale del pm). C’è infine un’altra certezza: in concomitanza con questi fatti Pacini Battaglia provvide a rivendere, al prezzo di 4 miliardi e mezzo, all’imprenditore Antonio D’Adamo (anche lui amicissimo di Di Pietro) le azioni di una società a lui vicina, la Morave Holding. Ripetiamo: al prezzo di 4 miliardi e mezzo di lire, dopo che solo venti giorni prima le aveva acquistate dalla Atlantic Finance al prezzo doppio di 9 miliardi”.

QUELLE SCHEDE SVIZZERE GSM DA CHICCHI PACINI BATTAGLIA
Pagina 131, a proposito di telefonini. “Tra le tante schede Gsm, acquistate in Svizzera e distribuite da Pacini ai suoi numerosi amici, l’utenza Gsm n.041/892009854 è stata certamente usata da Di Pietro. Le schede Gsm svizzere avevano all’epoca una particolarità: rendevano praticamente inintercettabili i telefonini che le usavano. Queste schede erano tutte intestate a Henri Lang, autista di Pacini Battaglia. Una cosa è più che mai sicura. Né il magistrato Di Pietro, né l’avvocato Lucibello hanno mai dato una spiegazione convincente del come e del perchè sia potuto accadere che mentre Pacini Battaglia era indagato da Di Pietro, costui avesse in uso telefonini riconducibili all’indagato predisposti per evitare l’ascolto di orecchie indiscrete. (…) Perchè Pacini Battaglia, uno dei più grandi maneggioni viventi, pur essendosi già affidato ad altri studi quotati studi legali, sceglie come legale sulla piazza di Milano proprio lui, il per nulla quotato avvocato Lucibello, notoriamente legato però al famoso pm e giustamente orgoglioso di cotanta amicizia’. (…) (…) Perchè nei confronti dei conti privati di Pacini Battaglia non vennero mai concluse rogatorie internazionali? Perchè molte rogatorie richieste vennero classificate come non urgenti e quindi di ordinaria amministrazione? Perchè in alcuni casi allo stesso Pacini Battaglia venne consentito, tramite il suo legale, l’avv. Lucibello, di conoscere in anticipo le tematiche che sarebbero state affrontate nel corso degli interrogatori? Perchè nessuna seria indagine venne mai fatta nei confronti di Roger Francis, principale collaboratore di Pacini Battaglia? (…) Nel frattempo Pacini Battaglia sembrava interessato a proseguire nei suoi rapporti privilegiati con il suo amico ‘inquisitore’ divenuto ministro, liberandolo dalla presenza ingombrante di un suo collaboratore, un magistrato torinese, Mario Cicala”.
A proposito di inquisitori & inquisiti, chi non ricorda il drammatico sos lanciato da ‘O ministro in fin di vita? Quale grande amico voleva mai incontrare Paolo Cirino Pomicino prima di salutare il mondo? Il suo grande inquisitore Di Pietro, che lo aveva indagato proprio per la maxi tangente Enimont. Ma i rapporti Pomicino-Di Pietro sono ancora un’altra storia…

 Nella foto di apertura Antonio Di Pietro e, a sinistra, Chicchi Pacini Battaglia




giovedì 22 novembre 2012

LA FUGA DEI VALORI...ANTONIO DI PIETRO

Continua la fuga dall'Idv, via altri tre. E Donadi lancia un nuovo gruppo QUI

L'Idv perde altri pezzi. Dopo l'addio di Massimo Donadi e Aniello Formisano, alla Camera lasciano il gruppo anche Gaetano Porcino e Giovanni Paladini. Le defezioni potrebbero mettere la parola 'fine' sul gruppo autonomo alla Camera. Al Senato invece entra nel gruppo misto Stefano Pedica. E Massimo Donadi annuncia la nascita di un nuovo soggetto politico

Ma le casse del partito sono al sicuro. I rimborsi elettorali infatti vengono erogati sulla base della percentuale di voti presa dal partito alle elezioni, non sulla sussistenza del gruppo parlamentare

Mercoledì, 21 novembre 2012 - 15:49:00
di pietro donadi
L'Idv perde altri pezzi. Dopo l'addio di Massimo Donadi e Aniello Formisano, alla Camera lasciano il gruppo anche Gaetano Porcino e Giovanni Paladini, coordinatore regionale della Liguria, mentre ha abbandonato il Senato Stefano Pedica. Lo stesso Donadi, confluito nel gruppo misto, ha annunciato la nascita di un nuovo soggetto politico. "E' stato un atto di lucida follia provare a mettere in piedi un soggetto politico nuovo saldamente all'interno del centrosinistra, per arricchirlo dove oggi ha più bisogno di rafforzare la propria offerta programmatica" ha spiegato uno degli ex big del partito.

Di Pietro, intanto, ha già accentuato il suo riavvicinamento al centrosinistra invitando il vincitore delle primarie del centrosinistra a partecipare alla propria assemblea a dicembre: "L'ufficio di presidenza dell'Italia dei Valori riunitosi ieri ha ribadito la piena e convinta opposizione all'agenda politica dell'attuale governo ed ha altresì confermato la convocazione dell'assemblea nazionale del partito che si svolgerà il 15 dicembre".

"Libertà di voto e di organizzare il voto" per le primarie del centrosinistra che si tengono domenica prossima è stata poi l'indicazione che l'ufficio di presidenza dell'Idv ha trasmesso ad ogni livello del partito invitando tutti i militanti ad andare a votare scegliendo "Vendola o Bersani, i due candidati che chiaramente propongono un'alternativa alle politiche del governo Monti".

Nel partito, però, è caos e prosegue la fuga dei deputati. A Montecitorio, adesso, i deputati dipietristi sono scesi a quota 17, sotto la soglia minima dei 20 richiesta dal regolamento della Camera per poter formare e mantenere un gruppo proprio. Ufficilamente quello alla Camera è un "non gruppo" e resta quindi in sospeso la questione di sopravvivenza. Perché per sopravvivere Di Pietro si dovrà appellare a Gianfranco Fini e chiedere una deroga. FONTE: AFFARI ITALIANI

giovedì 15 novembre 2012

ITALIA DEI VALORI...(...)

FONTE QUI

“Ecco costui,” dice il giovane Vincenzo Maruccio presentandosi in un video elettorale su Youtube per le scorse elezioni regionali del Lazio. “Ho deciso di candidarmi nella Lista dell’Italia dei Valori per continuare a dare risposte con la passione e la forza che solo un giovane può avere.” Una campagna trionfale!
Vincenzo ha gli occhi azzurri e non dice che gli amici del video poker e delle slot machine lo avevano soprannominato il Bombardiere, tanto era fissato con il gioco. La sua passione è sfuggita al controllo dell’Idv finché è stato arrestato con l’accusa di peculato per avere sottratto un paio di milioncini al partito.
Un testimone afferma che Maruccio nell’ultimo anno ha perso 120mila euro alla slot room e giocava 3-4 volte a settimana a qualsiasi ora del giorno. Nessuno se ne è accorto finora. In fondo era uno dei tre consiglieri regionali più votati in Italia.
Giorno centododici dalla fine del mondo, data astrale #112
Un tempo si diceva che la politica è un vero casino. Oggi gli uomini di fine mondo sperimentano la vera politica casino dove si possono giocare soldi reali. E non importa ci sia crisi. Abbiamo già scritto della logica rovesciata di questi tempi (1+1=3) a cui non poteva di certo sottrarsi il vocabolo Valori.
Sembra fin troppo ovvio che non si tratti di virtù morali o fermezza etica ma di ricchezza, denaro. Può capitare quindi che il capogruppo di un partito chiamato Italia dei Valori associ questi ultimi al video poker e alle sue varianti.
Nel Deuces Wild, per esempio, i soldi da destinare ai senza tetto valgono come i jolly. Questo dà la possibilità a un amministratore fortunato di fare un pokerissimo, ossia un punto chiuso con tutte le carte dello stesso valore (La mano dei Valori, in gergo politica machine).
Nel Jacks or Better, la mano minima per non toccare i soldi delle pensioni è una coppia di Jack
(in gergo è La mano del capogruppo).
Nel Jokers Wild, il jolly incluso nel mazzo può assumere il valore di una qualsiasi ristrutturazione scolastica. Si può quindi legare a un decreto di liberalizzazione del gioco d’azzardo e la scala reale è servita (Free policy in a free market).

mercoledì 31 ottobre 2012

TRAVAGLIO - DI PIETRO - MARTINELLI...

Caro Travaglio, l’Idv non si salva solo con le sentenze


Marco Travaglio, nel suo editoriale di oggi sul Fatto, ci racconta che le pulci fatte all’Italia dei valori nelle ultime settimane da varie testate e redazioni giornalistiche (comprese quelle di Report), siano in realtà minestra riscaldata di vicende già giudicate dalla magistratura. Il servizio di Report, che ho visto anch’io, effettivamente non ne ha fatti di scoop. Ha semplicemente ripercorso la storia economica dell’Italia dei valori e di Antonio Di Pietro, avvalendosi di insinuazioni di personaggi come l’avvocato Di Domenico ed Elio Veltri, le cui cause intentate nei confronti dell’ex pm e del suo partito sono tutte finite in nulla. Travaglio, pur ammettendo gravi leggerezze da parte di Di Pietro nell’imbarcare personaggi discutibili stile Razzi-Scilipoti, propone all’ex pm di nominare un comitato di garanti formati da De Magistris, Li Gotti, Palomba e pochi altri, per valutare singole candidature di facce nuove in vista delle prossime elezioni politiche. Dunque, Travaglio propone in prima pagina una exit strategy all’Idv e alla crisi di Di Pietro, caduto dal piedistallo dell’anticasta dopo quello che è emerso nella vicenda Maruccio in Lazio, dell’ex consigliere Nanni in Emilia (entrambi per la gestione dei fondi destinati al gruppo), e dell’ex assessore ligure Marilyn Fusco (indagata di abuso d’ufficio che secondo me finirà in nulla come per Vendola stamane).
Quello che però, a mio parere, Travaglio non coglie nella crisi irreversibile dell’Idv, è l’aspetto etico e di condotta dei militanti del partito. Soprattutto di certi colonnelli del cerchio magico di Antonio Di Pietro. L’Idv si dissolve nel Movimento 5 stelle perché la differenza più importante che li contraddistingue, sono la rinuncia ai rimborsi elettorali e il drastico abbassamento degli stipendi attuato fin dall’inizio dagli eletti nel movimento del comico. L’Idv si è distinta nei referendum e nel proporre leggi anticasta. Ha persino reso, per mano di Di Pietro al ministro Fornero, l’ultima quota di oltre 4 milioni di euro di rimborsi elettorali. Un gesto apprezzabile, certo, ma purtroppo anche beffardo, perché viene da chiedersi dove siano finiti tutti i milioni incassati in precedenza.
Quello che a mio parere Travaglio non coglie nella crisi irreversibile dell’Idv, è che nessun consigliere e nessun deputato dipietrista, ad oggi, si è diminuito lo stipendio a 2.500 euro al mese come già fanno quelli del M5S. Nessun consigliere provinciale Idv si è dimesso dalla carica di un ente inutile e sprecone. Anzi, al contrario, il consigliere provinciale Franco Spada ha immediatamente lasciato il seggio di Bergamo per catapultarsi in regione Lombardia a sostituire l’ex consigliere Gabriele Sola, che si era dimesso dal pirellone pur di rinunciare al vitalizio. Per sole 6 ore di “lavoro“, al neoconsigliere Spada spetteranno 50 mila euro ai quali ha rinunciato Sola. Sapete come ha reagito l’onorevole dipietrista Sergio Piffari alle dimissioni di Sola? Ha dichiarato che per coerenza, Sola dovrà rinunciare a ricandidarsi per puntare tutto su Spada: amico e convalligiano di Piffari che alle ultime regionali del 2010 era sicuro di dirottare al pirellone grazie al benservito di 1500 preferenze tutte provenienti dalla Valle Seriana, ma rivelatisi insufficienti difronte alla sopresa Sola, che nel collegio dell’intera provincia di Bergamo ne ottenne oltre 2.700.
Col suo gesto apprezzabile, Sola sarebbe stato valorizzato se il suo partito, l’idv, fosse stato anticasta. Peccato che, al contrario, la reazione di un colonnello del cerchio magico dipietrista come Piffari, abbia fatto trasparire quella logica democristiana da prima Repubblica condita di malafede e furbizia. Ecco, è dentro queste pieghe etiche operate dalla casta dipietrista che l’Idv viene inghiottito. E’ nei visceri della non riconoscenza del merito e nel familismo di cognati-deputati e figli-consiglieri che l’anticasta dipietrista si dissolve come neve al sole di Grillo. E’ soprattutto nel predicare senza razzolare, che l’Italia dei valori rimarrà il partito dell’ex pm di Mani Pulite che affondò la Prima Repubblica a suon di arresti. L’Italia di Grillo, al contrario, è già ampiamente nella terza di Repubblica in un movimento che si è tolto ogni privilegio senza aspettare sentenze.
Quello che a mio parere Travaglio non coglie nella crisi irreversibile dell’Idv, è che nessun comitato di garanti modello partito vecchia maniera, potrà trovare giovani disposti a bruciarsi la faccia in un’Idv che rimane un partito di casta. De Magistris sarà una brava persona, ma non si può dimenticare che ha mollato a metà strada lo scranno di presidente della Commissione Bilancio a Bruxelles per diventare sindaco a Napoli e, ora che non è nemmeno a metà mandato di primo cittadino di una metropoli di un milione di abitanti, sogna una lista arancione di sindaci da proporre alle politiche.
Quello che a mio parere Travaglio non coglie nella crisi irreversibile dell’Idv, è che la politica non si fa solo con le sentenze favorevoli dei tribunali. La fiducia degli elettori la si conquista soprattutto con l’etica e la coerenza dei princìpi. Con buona pace per il buon Antonio Di Pietro e l’Idv, che dopo l’acme toccato alle europee del 2009, ha perso la sua ultima occasione di sopravvivenza nel 2010, appoggiando De Luca alle regionali in Campania senza tener conto del parere degli elettori della Rete. Da cui l’Idv ha attinto il massimo della sua gloria. Di Pietro ha preferito rincorrere Bersani e non i consigli di Gianroberto Casaleggio. Ditelo a Travaglio.
----------------------

da il Fatto Quotidiano di oggi 31.10.2012

Come ciclicamente gli accade, da quando è un personaggio pubblico, cioè esattamente da vent’anni, Antonio Di Pietro viene dato per morto. Politicamente, s’intende. Gli capitò nel ’94, quando dovette dimettersi da pm per i ricatti della banda B. Poi nel ‘95, quando subì sei processi a Brescia per una trentina di capi d’imputazione (sempre prosciolto).

Poi nel ‘96 quando si dimise da ministro per le calunnie sull’affaire Pacini Battaglia-D’Adamo. Poi nel 2001, quando la neonata Idv fu estromessa dal centrosinistra e per qualche decimale restò fuori dal Parlamento.

Poi ancora quando il figlio Cristiano finì nei guai nell’inchiesta Romeo a Napoli; quando i suoi De Gregorio, Scilipoti e Razzi passarono a miglior partito; quando alcuni ex dipietristi rancorosi lo denunciarono per presunti abusi sui rimborsi elettorali e sull’acquisto di immobili;

quando una campagna di stampa insinuò chissà quale retroscena su un invito a cena con alti ufficiali dell’Arma alla presenza di Contrada; quando le presunte rivelazioni dell’ex ambasciatore americano, ovviamente morto, misero in dubbio la correttezza di Mani Pulite.

Ogni volta che finiva nella polvere, Di Pietro trovava il modo di rialzarsi. Ora siamo all’ennesimo replay, con le indagini sui suoi uomini di punta nelle regioni Lazio, Emilia, Liguria, mentre il centrosinistra lo taglia fuori un’altra volta, Grillo fa man bassa nel suo elettorato più movimentista e Report ricicla le accuse degli “ex” sui rimborsi e sulle case.

Si rimetterà in piedi anche stavolta, o il vento anti-partiti che soffia impetuoso nel Paese spazzerà via anche il suo? Cominciamo da Report, programma benemerito da tutti apprezzato: domenica sera Di Pietro è apparso in difficoltà, davanti ai microfoni dell’inviata di Milena Gabanelli.

Ma in difficoltà perché? Per scarsa abilità dialettica o perché avesse qualcosa da nascondere, magari di inedito e inconfessabile? A leggere (per noi, rileggere) le carte che l’altroieri ha messo a disposizione sul suo sito, si direbbe di no: decine di sentenze, penali e civili, hanno accertato che non un euro di finanziamento pubblico è mai entrato nelle tasche di Di Pietro o della sua famiglia.

E nemmeno nelle case, che non sono le 56 che qualche testimone farlocco o vendicativo, già smentito dai giudici, ha voluto accreditare: oggi sono 7 o 8 fra la famiglia Di Pietro, la famiglia della moglie e i due figli.

Quanto alla donazione Borletti, risale al 1995, quando Di Pietro era ancora magistrato in aspettativa e imputato a Brescia: fu un lascito personale a un personaggio che la nobildonna voleva sostenere nella speranza di un suo impegno in politica, non certo un finanziamento a un partito che ancora non esisteva (sarebbe nato tre anni dopo e si sarebbe presentato alle elezioni sei anni dopo, nel 2001, e l’ex pm lo registrò regolarmente alla Camera tra i suoi introiti).

Il resto è noto e arcinoto: all’inizio l’Italia dei Valori era un piccolo movimento “personale”, tutto incentrato sulla figura del suo leader, che lo gestiva con un’associazione omonima insieme a persone di sua strettissima fiducia. In un secondo momento cambiò lo statuto per dargli una gestione più collegiale. Decine di giudici hanno già accertato che fu tutto regolare, fatta salva qualche caduta di stile familistica e qualche commistione fra l’entourage del leader e il movimento.

Di Pietro potrebbe anche fermarsi qui: se, in vent’anni di processi, spiate dei servizi segreti al soldo di chi sappiamo, campagne calunniose orchestrate da chi sappiamo che l’hanno vivisezionato e passato mille volte ai raggi X, riciccia fuori sempre la solita minestra, già giudicata infondata e diffamatoria da fior di sentenze, vuol dire che di errori ne ha commessi, ma tutti emendabili, perché il saldo finale rimane positivo.

Senza l’Idv non avremmo votato i referendum su nucleare e impunità; i girotondi e i movimenti di società civile non avrebbero avuto sponde nel Palazzo; in Parlamento sarebbe mancata qualunque opposizione all’indulto, agl’inciuci bicamerali e post-bicamerali, alle leggi vergogna di B. e anche a qualcuna di Monti;

e certe Procure, come quella di Palermo impegnata nel processo sulla trattativa, sarebbero rimaste sole, o ancor più sole. Senza contare che Di Pietro non ha mai lottizzato la Rai e le Authority.

É vero, ha selezionato molto male una parte della sua classe dirigente (l’abbiamo sempre denunciato). Ma quando è finito sotto inchiesta si è sempre dimesso e, quando nei guai giudiziari è finito qualcuno dei suoi, l’ha cacciato. Ora la sorte dell’Idv, fra l’estinzione e il rilancio, è soltanto nelle sue mani.

E non dipende dal numero di case di proprietà, ma da quel che farà di qui alle elezioni. Siccome è ormai scontato che si voterà col Porcellum, dunque ancora una volta i segretari di partito nomineranno i propri parlamentari, apra subito i gazebo per le primarie non sulla leadership, ma sui candidati.

E nomini un comitato di garanti con De Magistris, Li Gotti, Palomba, Pardi e altri esponenti dell’Idv o indipendenti al di sopra di ogni sospetto. Qualche errore sarà sempre possibile, ma almeno potrà dire di aver fatto tutto il possibile per sbarrare la strada a nuovi Scilipoti, Razzi e Maruccio.

Nel prossimo Parlamento, verosimilmente ingovernabile e dunque felicemente costretto all’inciucione sul Monti-bis, ci sarà un gran bisogno di oppositori seri, soprattutto sul tema della legalità. Se saranno soltanto i ragazzi di Grillo o anche gli uomini dell’Idv, dipende solo da lui.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano del 31 ottobre 2012)
  
 

lunedì 29 ottobre 2012

ANTONIO DI PIETRO...IL FURBETTO...

Report e la legalità della famiglia Di Pietro


Di Pietro ha perso, di improvviso, la sua baldanza. Di fronte ad una giornalista vera di Report ha farfugliato alcune scuse risibili che, credo, abbiano mandato in bestia i suoi non pochi fan. La moglie non è la moglie ma un donna con una propria testa. Immagino che anche il figlio non sia un figlio ma un uomo con una testa. Lo stesso deve valere per il cognato e per i parenti fino al quarto grado.
Si fa un partito, si fa una associazione, si fanno convogliare tutti i soldi del “ vituperato” finanziamento ai partiti, alla stessa associazione. La quale, tengo famiglia, è retta da Di Pietro, dalla di lui moglie (la stessa che non è moglie e ha una sua testa) e da una fedelissima della prima ora. Nessun altro, perché la democrazia è pericolosa.
Ora, io ho perso da tempo l’interesse verso comportamenti penalmente rilevanti. Mantengo un certo attaccamento, per un concetto assai calpestato dalla classe dirigente di oggi, con modalità più variegate dello stesso rilievo penale, che è il concetto di opportunità umana e politica.
Penso che tale concetto debba assorbire la stessa fattispecie penale. Ovvero che sia l’unico reale margine oltrepassato il quale si assiste alla degenerazione della classe dirigente. La coscienza della singola persona si fa stile comportamentale e riflette ciò che i cittadini vorrebbero accadesse nella gestione del danaro pubblico. O che si aspettano, accada.
Il concetto di legalità gridato fino al parossismo ha comportato questa degenerazione per cui tutto ciò che non è illegale è possibile. Anche quei comportamenti che, nella vita comune di un cittadino, imporrebbero una seria riflessione sulla loro adozione. Che è quello che accade nei paesi la cui coscienza civile non è ordinata per decreti penali di condanna ma per senso di responsabilità e orgoglio di essere, nella forma e nella sostanza, una persona per bene.
Anche Di Pietro entra nel mazzo; non in quello dei gaglioffi (i magistrati, bontà loro, hanno certificato che non lo è) ma in quello, più numeroso e pericoloso per questo paese, dei “furbetti“ che hanno progressivamente sostituito l’astuzia alla intelligenza.
Una lotta politica ridotta ad una diatriba tra chi è astuto e chi è corrotto speriamo non rappresenti il futuro della terza repubblica.  

REPORT...

Report e le 56 case di Di Pietro

28/10/2012 - Milena Gabanelli e la puntata sui tesorieri di partito. I casi Lusi, Belsito e Maruccio. Con un'attenzione particolare all'IdV





 
L’inchiesta di Sabrina Giannini, nella puntata di Report, in onda alle 21.30 su Rai3, fa la radiografia ai casi di Luigi Lusi, Francesco Belsito, Franco Fiorito e Vincenzo Maruccio, per passare poi a parlare dei bilanci dei partiti. Dal racconto emerge che questi casi sono il frutto avvelenato di una strategia bipartisan, di un sistema che è fuori da ogni controllo e che negli anni ha divorato miliardi di euro provenienti dalle tasche e dai sacrifici dei cittadini. La presentazione del programma:
I tesorieri di partito negli ultimi anni hanno vissuto all’ombra dei loro leader. Schivi, sempre poco propensi a rilasciare interviste, in molti pensavano che fossero occupati a far quadrare i conti del proprio partito e far si che i soldi provenienti dai finanziamenti pubblici fossero impiegati esclusivamente per rimborsare le spese elettorali, far funzionare al meglio la macchina del partito, o destinati a nobili iniziative sul territorio. Le cronache di questi ultimi mesi ci hanno raccontato un’altra storia e hanno svelato come alcuni di loro agissero per squallidi interessi personali e che dalle casse del partito attingessero in molti, come fosse la festa della cuccagna. E’ possibile che i tesorieri abbiano agito all’insaputa degli organi di partito? Che quello che e’ accaduto non fosse prevedibile ed evitabile?
LEGGI ANCHE: Le 56 case dei Di Pietro nel mirino di Report
LE 56 CASE DI ANTONIO DI PIETRO – Tra i leader intervistati in trasmissione c’è Antonio Di Pietro, che parla, nel suo intervento della sua legittima consorte. Con una notizia shock: “Mia moglie non è mia moglie”. Ma nel senso che: “Mia moglie ha una sua testa, una sua esistenza. Criminalizzarla offende il movimento femminile”. Report vuole  criminalizzarla? No, soltanto far raccontare la nascita dell’Italia dei valori, con un’associazione omonima nella quale il leader figura insieme alla fidatissima deputata Silvana Mura e alla consorte Susanna Mazzoleni. L’inchiesta di Sabrina Giannini si occupa anche del partito dipietrista, dal caso-Maruccio all’Emilia Romagna (dove Paolo Nanni è accusato di peculato), fino alle proprietà immobiliari dell’ex pm e i finanziamenti del partito. C’è anche un fermo immagine su Di Pietro e sulla contessa Borletti:
Nel 1995, racconta la Giannini, Maria Virginia Borletti, figlia del produttore milanese di macchine da cucire, decide di donare a Di Pietro e Romano Prodi una parte dell’eredità, quasi un miliardo di lire (che per l’ex pm non sono più di 500 milioni): “Eppure è lo stesso Di Pietro, nella nota memoria consegnata al magistrato, a dichiarare di avere usato la donazione Borletti per l’acquisto di immobili”. E lui ammette: “Certo che la parte che mi ha dato in donazione l’ho usata personalmente”. La giornalista insiste: “Solo a lei?”. E Di Pietro: “E certo che me l’ha data a livello personale”.
LEGGI ANCHE: Report, ecco i “disOnorevoli”
LA QUESTIONE DELLE ASSOCIAZIONI – Ernesto Menicucci riassume le vicissitudini societarie di Italia dei Valori:
Fino al 2009 è l’associazione (fondata nel 2000 da Di Pietro, Mura e dall’ex socio Mario Di Domenico, sostituito nel 2004 dalla Mazzoleni) a gestire circa 45 milioni di euro: in un caso (nel 2005) il rendiconto lo approva solo Di Pietro. Poi l’Idv cambia statuto e stabilisce che i bilanci vanno approvati dai membri dell’ufficio di presidenza, tra i quali i capigruppo di Camera e Senato Massimo Donadi e Felice Belisario. Ma prima chi sapeva di quei soldi? La Mura non conferma la cifra («45 milioni? Non credo »), Belisario «non ricorda», Donad i d i c e d i «aver firmato i bilanci da quando lo statuto lo prevede ». Secondo Di Pietro «non esiste dualismo tra associazione e partito: l’Idv nasce da un socio promotore. Eravamo in pochi, poi sempre di più. Il partito è trasparente, quanto incassato lo abbiamo messo a disposizione».
Di Domenico ed Elio Veltri, ex vicepresidente Idv, sono i due accusatori di Tonino, autori di diverse denunce, tutte respinte o archiviate dalle Procure di Milano e Roma. Nel mirino c’è anche il patrimonio immobiliare dell’ex pm:
45 proprietà, tra appartamenti, cantine, garage, terreni. Altre 11 sono intestate alla moglie e al figlio maggiore. «Lei la campagna non ce l’ha?», replica Di Pietro alla giornalista. Il geometra Massimo D’Andrea, perito di Veltri, ha studiato il patrimonio: «Il capitale vale, con stima prudenziale, 5,2 milioni. Il 67% della movimentazione economica è successiva al 2001, quando arrivano i rimborsi elettorali ». Di Pietro ribatte: «C’è una sentenza su questo, dove sono giustificati immobili e fondi». Una parte, 1,08 milioni, è stata pagata con dei mutui. Il resto? «Col risarcimento danni: a forza di diffamarmi, ho ricevuto qualche milione». Di Pietro, al gip nel 2010, scrive che dalle cause ha avuto «circa un miliardo di lire».
Con 800 milioni, nel ’99, Di Pietro compra due appartamenti a Busto Arsizio:
E poi, tramite l’immobiliare «Anto.cri.srl» di cui è socio unico («ci pago le tasse, che problema c’è?») ne acquista altri due: uno a Milano, l’altro a Roma. Affittati entrambi all’Idv. Nel 2002 altro acquisto: 180 metri quadri a Roma, via Merulana. Di Domenico ne parla come «la casa di Tonino » e mostra la fattura di una ristrutturazione pagata dal partito. Di Pietro replica: «C’era la sede dell’Italia dei valori». Ma, al giudice, scrive che lì «dal 2000 vive e abita».
GIORNALETTISMO - LEGGI ANCHE:

venerdì 31 agosto 2012

ANTONIO DI PIETRO - DAGOSPIA



Fermi tutti! L'Italietta dei misteri comincia a svelarsi. Ci è voluta l'intervista a futura memoria di Reginald Bartholomew per strappare vent'anni di misteri di Stato. In soldoni, l'ex ambasciatore americano ha detto (quasi) chiaramente che Tangentopoli iniziò con l'ambasciatore degli Stati Uniti Peter Secchia, attraverso il braccio armato del console di Milano Semler, e terminò sempre per opera del Dipartimento di Stato con la cacciata del diplomatico fellone Secchia sostituito da Bartholomew.


Antonio Di Pietro magistrato Nell'intervista concessa a Maurizio Molinari de ‘'La Stampa'', l'ex ambasciatore ancora schiuma di rabbia con il suo predecessore a Villa Taverna che accese i motori di Mani Pulite attraverso lo stretto rapporto tra il consola meneghino e Di Pietro. Al punto che, quando riepiloga al corrispondente de "La Stampa" Maurizio Molinari l'invio, attraverso il Corriere di Mieli (scoop firmato da Goffredo Bucicni), del famigerato avviso di garanzia che fece cadere il primo governo Berlusconi, esplode in un poco diplomatico: "gliela feci pagare a Mani Pulite". Il Banana ricevette l'avviso di garanzia a Napoli, durante il G7, nel mezzo di mille photo-opportunity con Clinton.

Come avvenne la vendetta di Bartholomew? Basta vedere la prima pagina del Corriere di Mieli, in data 8 dicembre '96, scoop firmato da Maria Antonietta Calabrò: "CASO DI PIETRO: ECCO LE ACCUSE DELLA FINANZA", catenaccio: "Nei nastri di Pacini Battaglia le visite di Lucibello al ministero dei Lavori Pubblici e l'interessamento per gli appalti". Amorale della favola: il ministro delle Infrastrutture del governo Prodi, succeduto all'espulso Berlusconi, alias Amtonio Di Pietro fu costretto alle dimissioni. Un anno prima aveva abbandonato misteriosamente la toga di primo magistrato d'Italia ed ora forse si capiscono alcuni perché.


sigonella
Bartholomew, scrive Molinari, era "convinto che il passaggio alla Seconda Repubblica dovesse essere opera di una nuova classe politica a cui aprì le porte dell'Ambasciata e non solo opera dei magistrati... perché la classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo".


la base di sigonellaInsomma, Secchia e Semler avevano fatto fuori sbrigativamente i filo-arabi Craxi e Andreotti, precipitati nel gradimento atlantico dopo i fatti di Sigonella, senza prevedere quello che sarebbe successo a un paese privo della quarantennale guida democristiana. Un'Italia allo sbando che costringe Bill Clinton a dirottare Bartholomew dall'ambasciata Usa di Tel Aviv a quella di Roma per ristabilire la situazione nel Mediterraneo e mettere un'argine all'operazione Mani Pulite, che dopo essere partita con il benestare (e forse non solo quello) degli Stati Uniti, rischiava di destabilizzare la "Portaerei Italia".


Peter Secchia

Ps: Ma non finì lì: Bartholomew dopo "essersi vendicato" di Di Pietro, attraverso Cossiga favorì la caduta di Prodi e l'ascesa di D'Alema, amico degli Usa pur se ex comunista. Amicizia ricambiata con il bombardamento della Serbia senza il benestare dell'Onu. E non finì neanche lì...

-------------------------

- DESTRA ALL’ATTACCO! DOPO BARTHOLOMEW, “FOGLIO” E “GIORNALE” CONTRO DI PIETRO E I SUOI RAPPORTI “SPECIALI” CON GLI USA DURANTE TANGENTOPOLI - 2- QUATTRO VIAGGI, DI CUI UNO ORGANIZZATO DALLE AGENZIE GOVERNATIVE DI SICUREZZA - 3- FERRARA, EX INFORMATORE CIA: “IO LO FACEVO DA PRIVATO, LUI INVECE DOVEVA LEALTÀ ALLA SUA FUNZIONE PUBBLICA DI MAGISTRATO. SERVE UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA - 4- TONINO NON SMENTISCE: VEDEVO IL DIPLOMATICO SEMLER, MA NON SVELAVO SEGRETI - 5- FORMICA: “IL CONSOLATO USA TESSEVA LA TELA CON DI PIETRO. MA POI CON MANI PULITE ESAGERÒ E PUNTARONO SU FINI E D’ALEMA, CHE POI BOMBARDÒ LA SERBIA” -


Paolo Bracalini per "il Giornale"


Antonio Di Pietro magistrato Quando rispuntano i misteri stelle e strisce di Di Pietro lui tira fuori la battuta: «Mi avete scoperto, sono James Tonino Bond». I viaggi americani, e non da turista, di Antonio Di Pietro, punteggiano la sua parabola da pm a politico, dai primi anni 90 (prima e durante mani pulite) al 2000 con la neonata Italia dei valori. Prima l'ex ambasciatore Usa Reginald Bartholomew poi l'ex console Peter Semler, intervistati dalla Stampa, hanno raccontato i rapporti confidenziali tra la diplomazia americana in Italia e il pm di Mani pulite. Semler accenna anche a un primo viaggio di Di Pietro negli Usa, organizzato dall'Usia (United States Information Agency), un ente governativo. Siamo nell'ottobre del 1992.

Cosa va a fare negli Usa e chi incontra? «Di Pietro ci ha chiesto di mantenere il riserbo sui suoi movimenti» spiegò Bill Reinckins, uno dei funzionari dell'Usia. In quel viaggio (di oltre due settimane...) Di Pietro interrogherà un costruttore chiamato in causa da Salvatore Ligresti, ma farà anche dell'altro. Incontri di alto livello, magistrati americani e capi del Fbi, «si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l'intelligence Usa» scrive l'ex amico (ora in causa) Mario Di Domenico nel suo libro.


antonio di pietro silvana mura in america nel duemila
I connazionali che lo riconoscono sulla Quinta strada con un hot dog fumante in mano lo fermano per gli autografi. Nel '92 Di Pietro non è solo famoso, è un eroe nazionale, «un modello per i 30enni» scrive Famiglia cristiana. Gli americani se lo studiano bene, vogliono sapere chi è e cosa vuole fare. Due anni dopo, nel '94, qualche mese prima di abbandonare la toga, Di Pietro è ancora in volo sull'Atlantico. Stavolta è ospite ufficialmente della New York University, che lo ha invitato a tenere una conferenza su «L'evolvere dei sistemi di corruzione nella moderna democrazia». Ma anche quel viaggio, che lo porterà poi in California, è l'occasione per incontri istituzionali.


Antonio Di Pietro magistrato I nomi che si fecero sono quelli di Rudy Giuliani e Mario Cuomo, sindaco e governatore di New York, Henry Kissinger (ex segretario di Stato), oltre a «esponenti del Fbi». Accolto da una folla di italo-americani a San Francisco, il pm parla già da politico: «Noi non siamo nuovi Robin Hood, siamo solo dei servitori dello Stato». Dieci mesi dopo, riecco Di Pietro «l'amerikano». Stavolta è a Washington, invitato per un ciclo di conferenze da due think tank di area repubblicana, l'American Enterprise Institute e il Centro studi strategici, dove il relatore, Edward Luttwak, lo presenta come «un eroe per il 92 per cento degli italiani» esprimendo l'augurio che «uno degli uomini nuovi della Seconda Repubblica possa essere proprio Di Pietro».


Antonio Di Pietro Racconterà poi Piero Rocchini, fondatore a metà anni '90 del movimento politico Mani pulite, embrione dell'Idv: «Quando Tonino tornò in Italia lo sentii cambiato. Era come se lì negli Usa il nostro progetto di dar vita a un movimento politico fosse stato accolto con freddezza. Da quel momento, Di Pietro non parlò più di rinnovare la classe politica italiana e quello che, nelle nostre intenzioni, doveva essere un progetto autonomo dai partiti, si trasformò in un discorso di appoggio. Ebbi come l'impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti, anziché fuori...».


ANTONIO DI PIETRO DURANTE UN COMIZIO jpeg
Una coincidenza storica si trova: nel 1996 Di Pietro, ancora senza un suo partito, entra nel governo Prodi come ministro dei Lavori pubblici. Dirà quell'anno l'ex pm Tiziana Parenti in un'intervista a Repubblica, querelata da Di Pietro: «Prima di far partire l'onda d'urto di Tangentopoli Di Pietro è andato negli Stati Uniti, al dipartimento di giustizia, per avere il viatico, la legittimazione».

L'ultimo viaggio (documentato) negli Usa, tra Washington e la Florida, è del 2000, quando Di Pietro è capo di un nuovo partito da lui fondato a San Sepolcro in una sede del Cepu, l'Italia dei valori. Servono finanziamenti, e siccome in Italia non si trovano, Tonino comunica ai suoi un «e allora ce ne jammo in America». Una foto lo ritrae su un divano del «Ponte Vedra Beach Resort» di Miami, nell'autunno del 2000, insieme a Di Domenico, al facoltoso imprenditore della Florida Randy Stelk (all'epoca indagato per frode fiscale) e a un sedicente ingegnere, Gino A. G. Bianchini, che poi staccherà un assegno post datato da 50mila dollari per il partito (mai riscosso). Misteri su misteri sulla rotta Molise-Usa.


ANTONIO DI PIETRO ITALIA DEI VALORI jpeg

2- DIPLOMATIKO AMERIKANO CONFERMA: LA SERA ANDAVAMO DA DI PIETRO
Giuliano Ferrara per "Il Foglio"

Eugenio Scalfari intervistò Aldo Moro dopo mesi dal suo assassinio in un carcere del popolo, e merita il laticlavio a vita. Maurizio Molinari ha intervistato Reginald Bartholomew un mese prima della morte, e mentre cercava conferma di quanto l'ambasciatore americano a Roma (19931997) gli aveva detto, l'intervistato è morto. Tre giorni dopo esce il dialogo tra i due, avvenuto in un ristorante dell'Upper East Side di Manhattan.


ANTONIO DI PIETRO
Reggie Bartholomew dice all'inviato della Stampa: ho messo le cose a posto, com'era necessario, perché al consolato americano a Milano si erano fatti mallevadori dell'attacco giudiziario di Antonio Di Pietro ai partiti politici, che erano al centro di un traffico di finanziamenti illegali, con metodi barbarici di carcerazione preventiva e obiettivi ed effetti politicamente destabilizzanti. La conferma è arrivata quattro giorni dopo la morte del "teste", ieri, e da parte di un vivo, che suona il pianoforte agli Hamptons, dove vive in ritiro: ecco a voi il diretto interessato, l'ex console Usa a Milano Peter Semler.


ANTONIO DI PIETRO Risultato. Il capostipite dei magistrati che fanno politica utilizzando mezzi di giustizia, l'ex poliziotto dalle mani callose e dalla parlata fantasiosa ma sommamente imperfetta, e dalle manette facili, tramicchiava nella serie B dei servizi diplomatici (e altri servizi) americani, informava con largo anticipo sulle sue indagini il signor console, lo vedeva spesso, e c'è voluto un ambasciatore di carriera del rango di Reggie per mettere la parola fine allo scandalo sommerso, che era un segreto di Pulcinella, di un moralizzatore in crociata che faceva sin dall'origine politica e carriera cercando appoggi esteri contro la classe dirigente del suo paese.


ANTONIO DI PIETRO Particolare che il buon Tonino nega, per la gola, con parole di smentita decisamente grottesche, raccolte da Mattia Feltri sempre ieri sul giornale di Torino. Si può parlare con la Cia, da insider del palazzo politico, per spiegare e legittimare le scelte di un governo al suo alleato, sul finire della Guerra fredda (come ha fatto chi scrive, rendendolo noto alla prima buona occasione). Diverso è sputtanare la funzione inquirente, cosa non privata ma di rilievo pubblico nell'amministrazione del diritto penale, intortando e facendosi intortare da un diplomatico minore ma operativo e fattivo, disgustato dalla Roma politica e dal suo stesso ambasciatore Peter Secchia, e voglioso di sangue istituzionale quando l'Italia era diventata irrilevante perché la Guerra fredda era appena finita.


ANTONIO DI PIETRO
Se uno vince un concorso ed entra nelle carriere riunite dei pm e dei giudici, deve lealtà rigorosa al suo codice deontologico e alla sua funzione super partes, non è un giornalista-insider privato. Quella lealtà è palesemente mancata, e per ragioni forti. In altra occasione, secondo la testimonianza di Francesco Saverio Borrelli, Tonino disse del presidente del Consiglio pro tempore, Silvio Berlusconi: "Io a quello lo sfascio". Il tipo presiede un carrozzone chiamato l'Italia dei valori. Un'inchiesta parlamentare sulle gesta di simili pm politici sarebbe utile. O no?


3- MANI PULITE E QUEI RAPPORTI CON IL CONSOLATO DEGLI USA: IL VIAGGIO ORGANIZZATO DALL'INFORMATION AGENCY - DI PIETRO: VEDEVO IL DIPLOMATICO, MA MAI SVELATO SEGRETI IN AMERICA

Cesare Giuzzi per il "Corriere della Sera"


Antonio Di Pietro
Nel 1992, Antonio Di Pietro, allora pubblico ministero della Procura di Milano, si recò insieme
all'ufficiale dei carabinieri Roberto Zuliani negli Stati Uniti per una decina di giorni

I MOTIVI
Il Corriere della Sera scrisse che il magistrato di punta del pool «Mani Pulite» ebbe in quella trasferta fitti colloqui con gli uomini del Federal bureau of investigation e con alcuni magistrati federali. Incontri che Di Pietro smentì in modo categorico. Ufficialmente,
il viaggio dell'allora magistrato fu organizzato dalla United states information agency (Usia) e dalla ambasciata statunitense


Antonio Di Pietro
Mani Pulite esisteva prima dell'arresto di Mario Chiesa? Qualcuno sapeva dell'indagine che in meno di tre anni avrebbe portato all'azzeramento della Prima Repubblica? Vent'anni dopo l'arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio (17 febbraio '92) sbucano nuovi interrogativi sulla più grande inchiesta per corruzione della storia giudiziaria italiana.


Antonio Di Pietro
Un mistero infittito dalle rivelazioni a La Stampa, pochi giorni prima della morte, dell'ex ambasciatore statunitense Reginald Bartholomew e dalle parole dell'allora console a Milano Peter Semler. Il primo venne inviato a Roma nel '93 per guidare l'ambasciata e «normalizzare» i rapporti con il nostro Paese, il secondo prese l'incarico a Milano nel '90 e visse da vicino la stagione di Tangentopoli. Bartholomew aveva in realtà un secondo incarico. Quello di spezzare il legame tra gli Usa e i magistrati di Mani Pulite. Perché, a suo dire, «qualcosa nel consolato americano non quadrava»: la diplomazia aveva un legame diretto con il pool.

Così, dopo l'insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, venne appunto deciso di mandare in via Veneto Bartholomew: «Gli Usa erano preoccupati della deriva dei magistrati: nell'intento di combattere la corruzione politica dilagante il pool era andato ben oltre violando sistematicamente i diritti degli imputati», sosteneva Bartholomew. L'ex console Semler ha confermato che, in effetti, incontrò Antonio Di Pietro quando ancora era uno sconosciuto pubblico ministero il quale gli annunciò alcuni mesi prima dell'arresto che «c'era un'inchiesta su Mario Chiesa e che le indagini avrebbero raggiunto Bettino Craxi e la Dc». Uno scenario che vorrebbe, quindi, l'inchiesta nata a tavolino con obiettivi ben precisi.


jcon57 reg bartholomew paolo bulgari
Antonio Di Pietro
Una tesi smentita per primo dall'ex pm Antonio Di Pietro, oggi leader dell'Idv: «Non potevo anticipargli il coinvolgimento dei vertici di Dc e Psi perché nel novembre 1991 già indagavo su Mario Chiesa ma non avevo idea di dove saremmo andati a parare».

Da Washington, ricorda Di Pietro, non arrivarono mai pressioni né in un senso né nell'altro. Voci di eventuali ingerenze americane vengono smentite con fermezza anche dall'allora magistrato guida del pool Gerardo D'Ambrosio. «Personalmente non ebbi mai contatti con americani. E mi battei per il massimo rispetto dei diritti di difesa e contro detenzioni non necessarie. Gli arresti non venivano decisi dai pm ma dal gip». Ancora più netto l'ex procuratore capo Francesco Saverio Borrelli: «Mi stupiscono queste dichiarazioni perché provengono da un americano e se ci sono prassi poliziesche o carcerarie contrarie ai diritti dell'uomo sono proprio certe prassi seguite negli Usa». Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo si sono invece affidati a un comunicato del legale Francesco Borasi contro «eventuali diffamazioni».


IL CONSOLE Peter Semler Di Pietro, tuttavia, non ha negato i rapporti con Semler. «Incontri cordiali nei quali non violai il segreto istruttorio». Su questo punto Giampiero Borghini, sindaco di Milano nel biennio della tormenta ('92-93) chiede chiarezza: «Un magistrato che entra in un consolato per parlare di un'indagine? Se avesse parlato con la diplomazia dell'Unione Sovietica cosa sarebbe accaduto? Oggi mi rendo conto - risponde Borghini - che qualcuno sapeva dell'inchiesta, non solo gli Usa. E si smarcò prima della caduta».


GIULIANO FERRARA Uomo chiave della diplomazia Usa a Milano era ed è il consigliere politico Giuseppe Borgioli. Ben introdotto nelle segreterie di partito e nel mondo imprenditoriale milanese, era il braccio destro del console Semler: «Non ricordo nessun episodio in particolare - dice Borgioli al telefono - ma furono anni di grande cambiamento». Quale poteva essere l'interesse degli Usa su Mani Pulite? «Bettino non si sbilanciava mai, ma diceva che l'America non aveva mandato giù la vicenda di Sigonella, né aveva gradito la politica estera di Giulio Andreotti», sottolinea Paolo Pillitteri, ex sindaco ('86-92) e cognato di Craxi. Bobo e Stefania Craxi chiedono a Di Pietro di «vuotare il sacco» e invocano una Commissione parlamentare d'inchiesta.


4- «COSÌ LE TOGHE DIEDERO INIZIO ALLA GUERRA CIVILE»
Tommaso Labate per il "Corriere della Sera"


ILDA BOCCASSINI E FRANCESCO SAVERIO BORRELLI
ROMA - «Ci faccia caso. In fondo è uno dei punti oscuri di quegli anni. E la domanda, è ancora senza risposta».

Quale domanda, Formica?
«Perché, a un certo punto, Di Pietro decide di lasciare la magistratura?».

Perché, secondo lei?
«Secondo me, Di Pietro capì che quel sistema di servizi e poteri che aveva alle spalle era svanito. E si chiamò fuori portando con sé quelle ‘‘verità'' vere o presunte che gli avrebbero consentito di rimanere a galla com'è stato nell'ultimo ventennio».

Rino Formica - classe '27, fama da lucidissimo analista politico, ex ministro delle Finanze, una prima fila del Psi di Craxi - interviene sulle rivelazioni postume di Reginald Bartholomew, l'ex ambasciatore Usa a Roma morto da pochi giorni, che sostenne di aver spezzato il legame tra Washington e Mani Pulite.


GHERARDO COLOMBO C'era davvero questo legame?
«Certo. Gli Usa avevano dei problemi nell'Europa del post '89. Uno di questi era l'Italia. E il consolato di Milano tesseva la tela col pm Di Pietro».

Dc e Psi non garantivano più Washington?
«Chi aveva governato nel dopoguerra aveva dimostrato una certa stanchezza. Mani Pulite fece
il resto».

Che cosa cambia quando, con Clinton, arriva a Roma l'ambasciatore Bartholomew?
«Clinton capì che l'Italia, nel biennio '92-93, era un Paese sull'orlo della guerra civile. C'erano tutte le avvisaglie. Pensi anche alle tv di Berlusconi».


RINO FORMICA Schierate con la Procura di Milano.
«Che cos'erano se non vere e proprie armi di guerra civile?».

Di fronte alla guerra civile, insomma, gli Usa rompono con Di Pietro.
«E puntano sugli eredi di quelle tradizioni storicamente rimaste fuori dal governo. E li trasformano in politici che rinnegano il loro passato. Puntano su Massimo D'Alema, trasformandolo grazie a Cossiga nell'uomo che avrebbe bombardato la Serbia. E puntano su Gianfranco Fini, trasformandolo nel politico post fascista che avrebbe fatto pace con Israele. L'Italia, però, pagò un costo altissimo. Soprattutto in termini di sovranità».