Elenco blog personale

martedì 15 agosto 2017

FRANCESCO MERLO - MARCO TRAVAGLIO

Marco Travaglio per Il Fatto


15 8 2017 - Se c' è una cosa che invidiamo, segretamente, a Francesco Merlo è la mira: per lui chi comanda è sempre bello e buono, chi non conta nulla è brutto e cattivo. Il colore dei sommersi e dei sal(i)vati non conta nulla: conta il potere. Ai tempi di Craxi, gli piaceva Craxi: "Un applauso alla fatica, al sudore, alla rabbia, quasi al dolore. Il mento di Craxi gocciola come nei versi di Palazzeschi: 'plic ploc' sulla carta" (Corriere, 28.6.1991).

Ai tempi di B., detestava i nemici di B. e amava neppur tanto segretamente Marina, "primogenita di cinque cuccioli" che "regge la Fininvest con vigore" e "le cose vanno molto bene": "i capelli giustamente li preferisce biondi" su quel "viso piccolo, un po' geometrico che vuole addolcire", ma purtroppo "una volgarità gratuita si accanisce sui suoi capelli e su di lei, sul fatto che porta i tacchi alti ed è piccolina di statura"; invece "la femminilità che vi si indovina è una grazia giovanile alla ricerca di una solidità fittizia", "e c' è l' amore protettivo per il fratello minore Pier Silvio", eppoi "le piace il giornalismo d' autore".


Insomma - concludeva il Merlo marinato - una "ragazza fragile che, come una piccola Atlante, si mette il mondo sulle spalle" (11.10.1999).

Peccato per quei brutti oppositori che, come Luigi Pintor sul manifesto, invitavano gli italiani a rimandare al mittente Una storia italiana, il fotoromanzo autoagiografico spedito in 12 milioni di copie dal Cavaliere: "Un uomo colto che manda indietro un libro è come una donna che manda indietro i fiori Se il libro è la più alta forma della civiltà politica, come si può dichiarare guerra a un libro, invitare a non leggerlo? Berlusconi sperava solo nella provocazione. Come Luttazzi, contava sulla reazione indignata". Il censore e il censurato sullo stesso piano, infatti respingere il fotoromanzo era "una reazione khomeinista e talebana" (13.4.2001).



Nacque così il Merlusconi, che parlava come Silvio, anche quando passò a Repubblica: "La cultura di sinistra, nei suoi anni postcomunisti, ha prodotto il giustizialismo, il moralismo, la subordinazione all' etica dell' economia e della politica, lo statalismo e l' assistenzialismo" (17.6.2005). Nel 2011 ecco Monti e Merlo dietro: "Con l' inedito 'chiamatemi agenda', che è il tempo del dovere, Monti diventa il gerundio d' Italia con la veste sobria e rigorosa della virtù l' insicuro sicuro di sé che sale in campo per scendere in campo rivela l' efficienza e la disciplina del servitore dello Stato La conferenza stampa ha avuto più eco di quanta in Inghilterra un discorso della regina incontro con i giornalisti magnifico, ordinato e appassionato".

Praticamente un' autobiografia preventiva. Poi, alla vigilia della sconfitta referendaria del 4 dicembre, Merlo volò via dal Titanic che affondava senza lasciare gran traccia di sé, avendo scoperto con gran prontezza di riflessi che la politica interferiva ancora (l' avreste mai detto?).



Nacque il governo Gentiloni.
E noi pensammo subito che l' anti-Renzi piacesse a Merlo almeno quanto Renzi. Invece i mesi passavano e lui ci lasciava orbi dell' usuale incenso sul premier pro tempore. Temevamo avesse perso la lingua o rinunciato a completare l' album delle figurine. Invece ieri, con 8 mesi di ritardo sulla tabella di marcia, ha ipersalivato da par suo per un' intera pagina sull'"Invisibile Gentiloni, il grigio anti-leader che piace all' Italia stufa degli eccessi". "Rassicurante e affidabile, Gentiloni può davvero farcela", perché "con l' esempio mette in dubbio che il modello vincente debba essere quello del piacione, del gradasso, del Brancaleone".

Ah, quella "rassicurante normalità", perfetta per "la voglia di normalità degli italiani"! Basta con "carismi, paternalismi, divismi" e quelle "famiglie invadenti ed esagerate fatte di 'mammeta, pateto, frateto e sorete', di conflitti di interesse, sesso e banche". Allusione pornosoft agli scandali Renzi-Consip e Boschi-Etruria.
Che poi è quello che diciamo anche noi, ma da sempre, senz' aspettare il disastro referendario.

Merlo invece all' inizio stravedeva per le caratteristiche renziane opposte a quelle che ora esalta in Gentiloni: "L' ambizione esibita è la facoltà migliore di Renzi Anche Spadolini fu toscanaccio come lo è Matteo e non toscanuccio come Letta" (15.2.2014).

Quando Matteo salì al Colle da Re Giorgio, perse la testa: "Mogherini, Boschi, Madia, Guidi, Lanzetta e Pinotti sono la dolcezza della gens nova rassicuranti e pacificanti custodi dell' irruenza del capo Renzi ha imposto al passo lento di Napolitano il suo peso di libertà a volte baldanzosa e a volte birichina l' allegria del rilassamento, l' evviva del dopo-partita, la felicità della vittoria è rimasto l' attor giovane con il bellissimo torto di prendersi il futuro Il vecchio e il giovane, appaiando la spada che ferisce e separa con la spada che cuce e ripara hanno tenuto a battesimo la nuova classe dirigente" (22.2.2014).
Poi bastò che l' iperpresenzialista Re Giorgio abdicasse perché la lingua del Merlo si posasse rapita sull' iperassenteista Mattarella, "vedovo dolente e creativo tragico e superbo che brancatianamente vede il nero anche nel sole Sono così i siciliani muti, nodosi, solitari, sobri, schivi e diffidenti Il suo colore è il celeste, che può essere raccontato come un blu stinto, un blu indebolito, il gozzaniano 'azzurro di stoviglia' oppure come il cielo: ed è vaniglia la sua personalità: dolciastra indecisione o sobrietà e festa di nuances?". Ah saperlo.
Di certo "è un umbratile e sensibile siciliano fenicio" (31.1.2015): non un siciliano sumero o assiro-babilonese: fenicio.



Poi bastò che Matteo perdesse il referendum e il governo perché Merlo ne scrivesse tutto ciò che gli era rimasto fin lì nella penna: un "bullo bellimbusto", "pacchiano", "un potente spavaldo che si è gonfiato di boria", "l' uomo che non può che farsi scarafaggio" (8.12.2016). E ora, mentre Matteo rosica per la discesa dal carro dei leccaculi, Merlo slurpa San Paolo: "Discrezione e misura persino nelle foto al mare, con un lungo costume rosso che è il costume dell' italiano qualunque E quando torna dalla montagna, che è il suo ambiente operoso, organizza la cena dei Würstel che solo a noi, che li troviamo dozzinali, paiono tutti uguali" (invece, chez Paolo, non ce n' è uno uguale all' altro). E poi la "monogamia", "valore che in Italia è diventato di sinistra contro i disordini della destra (Berlusconi, Fini, Casini, Grillo, Bossi, Salvini)", tutti poligami.



Gentiloni no: lui solo "Manuela Mauro che, da quando il marito è al governo ha quasi smesso di lavorare. Gira ancora in motorino e si occupa con grande attenzione della mamma", mica come quei poligami di destra che la mamma l' ammazzano a mani nude; "affronta i vertici internazionali senza rinunciare ai pantaloni" (il marito invece è sempre in costume rosso); e "vorrebbe che non si scrivesse neppure il suo nome di battesimo".

Ma l' intrepido Merlo lo scrive lo stesso. Paolo il monogamo ha "la lentezza dell' Adagio di Albinoni, e il sorriso dolente della ragion di Stato", ma alieno da "una delle più vili e veloci abitudini nazionali: il voltafaccia" (notoriamente ignoto al Merlo). Ecco a voi "l' italiano che può salvare la patria senza essere il salvatore della patria".
E noi al posto di Gentiloni, visti i precedenti, una grattatina ce la daremmo.

martedì 4 luglio 2017

FRANCESCO MERLO

“Aridatece Cossutta”. Dalle scarpe fatte a mano di D’Alema al giubotto di Renzi: TROPPO FINTA PER ESSERE SINISTRA

“Aridateci Cossutta”. So che è un paradosso duro da digerire, ma quasi quasi ci manca quel bambino che abbiamo buttato via insieme all’acqua sporca del comunismo nel 2008: il bambino della sinistra radicale che dava un orizzonte alla rabbia sociale e una razionalità alle mille paure che sono oggi il potente carburante della destra. Finisce infatti, sfinita nel paradosso degli operai berlingueriani che domenica scorsa a Genova hanno votato Lega, l’epoca della sinistra che ha provato a liberarsi e a liberarci dall’ideologia, prima calzando scarpe fatte a mano e poi insalsicciandosi in giubbotti di pelle. Mai riuscendo però a diventare davvero moderna restando sinistra.
Proprio mentre l’Inghilterra riscopre la moralità sobria della sinistra pulita e dimessa e premia la trasandatezza autentica ma colta di Jeremy Corbyn che ha prosciugato il populismo britannico restituendo alla plebe il diritto di sentirsi popolo, muore nei vicoli e nei quartieri operai del Nord Italia, ammalati di destra, la sinistra “distinta” degli ex funzionari pervestiti da gran signori e dei ragazzi di improvvisato e bignamizzato sapere, fasciati però nei calzoni “slim fit” e “camisadi” di bianco, sempre più per benino e a modino. Un tempo il colletto era il ‘ button down’ del ‘tu vo fa l’americano’, quello di Veltroni clintoniano della terza via e dell’ulivo mondiale, e più recentemente è stato il colletto aperto dei giovani spavaldi, sfrontati e irriverenti che hanno surrogato con il twitter l’ inquietudine e la rapidità e l’efficienza dello studio, che era sempre stato patrimonio della sinistra, del militante con la casa foderata di libri. “Non sono laureato, ma amo la letteratura, la poesia e i libri” ha gridato il vecchio Corbyn ai ragazzi inglesi che ormai gli si stringono attorno come fosse Mick Jagger con la differenza che tutti fingono di non vedere i mille artifizi giovanilistici del cantante mentre di Corbyn invece applaudono proprio l’età raggiunta senza mai diventare un ex. E di nuovo vale il paragone tra le nostre metafore calcistiche, i giaguari da smacchiare, le battutine stizzose, e i corbyniani versi di Percy Bysshe Shelley (La maschera dell’anarchia”) al festival di Glastonbury : “Levatevi come leoni dopo il sonno, in numero invincibile! Fate cadere le vostre catene a terra come rugiada che nel sonno sia scesa su di voi: voi siete molti – essi sono pochi!”
Nella comunali di domenica, una lunga storia di sconfitte e di sconfitti – tutti sconfitti, specie quelli che ora rabbiosamente si disputano i resti – ha avuto il suo suggello finale, il bollo del decesso, il punto di non ritorno e pur senza avere mai ottenuto i trionfi lampeggianti dei Gherard Schroeder e degli Joschka Fischer, dei Tony Blair, dei Clinton e degli Obama.
Succede infatti che avvenimenti minori rivelino le verità più crudeli. Ebbene, nella capitale del mare, città del grande Meridione italiano, la città del pesce stocco alla messinese, dello scirocco e della vita lenta (macaia e maniman), dell’ Appennino che corre sino ai Nebrodi e dei marinai imperiali, in questo luogo-simbolo che ha accorciato le distanze tra Nord e Sud non c’è stato un normale, fisiologico ricambio amministrativo. E’ stata invece battuta – e dall’astensione che è grugno, stizza e rabbia molto più che dal centrodestra dell’inadeguato Toti – la sinistra delle barche a vela e dei consumi status symbol, della Smart e dell’aereo di Stato, dei fotografi personali, dal ritrattista di D’Alema (1997) a quello di Renzi (2016), la sinistra che in alto flirta con la finanza e in basso spaccia l’estetica del degrado per poesia e per “umanità”, la sinistra che doveva liberarci dai sentimenti e dalle emozioni sempre perdenti, dal camisaccio generoso dell’archeologia marxista, dalla bandiera prigione dalla quale tentiamo di evadere sin dai tempi dell’Eurocomunismo (1976) di Berlinguer, Marchais e Carrillo, quarant’anni di mal di testa appunto per spretarci dall’universo concentrazionario della fabbrica, dal mito della classe operaia, dalle pulsioni comunitaristiche: le sezioni, i compagni, il dopolavoro, i circoli e le sagre .
E siamo naufragati, invece, nel micro deposito di Paperone, negli invincibili rancori personali da borghesi piccoli piccoli, ai quali si è aggiunto ieri un eterno ritorno di Romano Prodi che, invitato da Renzi a stare lontano, si è arrabbiato, ma con la metafora coloniale della tenda e del beduino, quasi ci fosse davvero uno scontro “culturale” tra vecchio e nuovo, come se Renzi fosse ancora il simpatico giovanotto che sfacciatamente voleva impadronirsi del mondo e quell’altro il capo perdente ma scorbutico che si allontana malinconico come l’Humphrey Bogart di Casablanca :”sposterò la tenda più lontano senza difficoltà. Intanto l’ho messa nello zaino”. E sembra di rivivere l’ardente scontro(sempre negato) tra Massimo e Romano, quando era comunque meglio avere torto con Prodi che ragione con D’Alema.
Sono decenni che la sinistra cerca la modernità di Schumpeter contro il denaro mammona di Lenin , e siamo finiti invece nella devozione all’ usura delle banche che sono le sole imprese che in Italia non falliscono mai. Ed è stata sconfitta nelle amministrative la sinistra che doveva liberare la scuola dalla burocrazia, dalle cartacce e dagli istogrammi e l’ha consegnata ai presidi sceriffi, negando ai professori, che della sinistra italiana sono ancora il popolo, una vera rivalutazione dello stipendio più basso d’Europa. Eppure era di sinistra pensare che non esistesse un altro modo di iniziare una riforma della scuola se non restituendo agli insegnanti l’antico decoro, se non sottraendoli alla condizione di nuovo proletariato, a un destino di sradicati, cultori di malessere, massa di manovra per ogni genere di demagogia. E si potrebbe a lungo continuare con tutte le sconfitte della sinistra vestita di destra.
E’ vero che la parola comunismo è ormai solo antiquariato e divertimento intellettuale per vecchi professori, ma l’affezione leghista dei ceti deboli e dei poveri, il populismo e il vaffa, l’angosciante vittoria nelle città rosse e nei quartieri operai di un centrodestra spennato fa venire voglia di allestire quel teatrino di “Good Bye, Lenin!” e far finta , come i laburisti in Inghilterra, che ci sia ancora un’utopia da fantasticare. E, come scrisse il regista di quel film cult, riportare in scena il paradiso “che nella realtà non era mai esistito”.

giovedì 18 maggio 2017

TOGLIATTI E IL FASCISMO...


28 agosto 1931, viene emanato un Regio Decreto che impone a tutti i docenti delle Università di giurare fedeltà non solo alla monarchia e allo statuto albertino, ma anche al regime fascista, la clausola della fedeltà al regime pare sia stata inserita per volontà di Balbino Giuliano, filosofo e ministro dell'Educazione Nazionale dal 1929 al 1932. Dei 1.251 docenti universitari italiani 12 dissero di no (16 secondo altre fonti che sembrano più aggiornate). La stampa fascista ligia al regime presentò il risultato del giuramento come l'ennesimo trionfo del fascismo, solo l'un per mille della cultura accademica italiana si poneva al di fuori del fascismo, il fascismo trionfava, secondo la destra di ora e di allora. Il testo del giuramento firmato dal 999 per mille degli academici recitava:
Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante ed adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concilii con i doveri del mio ufficio.
I dodici (16) che dissero di no, pochi ricordano i loro nomi, furono: Francesco ed Edoardo Ruffini e Fabio Luzzatto (giuristi), Giorgio Levi Della Vida (orientalista), Aldo Capitini (filosofia), Antonio De Viti De Marco (scienza delle finanze), Gaetano De Sanctis (storico dell'antichità), Ernesto Buonaiuti (teologo), Vito Volterra (matematico), Giuseppe Antonio Borgese (estetica), Bartolo Nigrisoli (chirurgo), Marco Carrara (antropologo), Lionello Venturi (storico dell'arte), Enrico Presutti (diritto), Giorgio Errera (chimico) e Piero Martinetti (filosofo).
Facile per il moralista, che vede la storia come un chiaroscuro dove ogni cosa è nera o bianca, stigmatizzare sprezzantemente il comportamento degli oltre 1200 giuratori come frutto di vile conformismo, italico servilismo, furberia egoistica, ecc. ecc.
In realtà la cultura accademica non era fascista, né i giuratori erano solo vili opportunisti. I docenti che facevano riferimento al partito comunista furono invitati da Palmiro Togliatti a prestare giuramento, perché mantenere la cattedra era utile per continuare a condurre dall'interno del mondo accademico la lotta al fascismo.
Benedetto Croce, filosofo liberale antifascista, suggerì ad altri la stessa cosa "per continuare il filo dell' insegnamento secondo l' idea di libertà".
Il papa Pio XI, rivolgendosi ai docenti cattolici li invitò a prestare giuramento ma, come suggerito da padre Agostino Gemelli, con "riserva interiore".
Certamente molti giurarono per "attaccamento alla cattedra", per timore della povertà che colpiva chi non sottostava al giuramento, mandato in pensione con il minimo del salario e oggetto di persecuzioni e angherie Probabilmente la maggior parte giurò per evitare la miseria infatti
Così dei 1.200 quasi tutti prestarono giuramento al regime, quasi tutti, 16 dissero di no e se non è forse giusto condannare quelli che giurarono, è certamente giusto ricordare quei 16 che non giurarono (osservate una cosa curiosa, sono tutti bellissimi):

Ernesto Buonaiuti

Aldo Capitini

Antonio De viti De Marco

Mario Carrara

Giuseppe Antonio Borgese

Giorgio Levi Della Vida
Fabio Luzzato
non ho trovato sue immagini
ma possiamo immaginarlo così ;)

Lionello Venturi

Giorgio Errera
Gaetano De Sanctis

Enrico Presutti
Piero Martinetti

Edoardo Ruffini Avondo
anche qui come sopra
Bartolo Nigrisoli

Vito Volterra

Francesco Ruffini
Fonti
Chi volesse approfondire può consultare queste fonti
- dal sito http://www.storiaxxisecolo.it l'articolo di Simonetta Fiori comparso su Repubblica e le precisazioni sul numero di coloro che non prestarono giuramento, cliccare QUI 
- dal blog http://liberthalia.wordpress.com cliccare QUI
- dal blog http://ilrusso.blogspot.com cliccare QUI
- da wikipedia cliccare QUI
- dal Corriere della Sera, articolo di Sergio Romano cliccare QUI  

martedì 2 maggio 2017

FINANZIAMENTI PUBBLICI AI GIORNALI



Durante la decima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo abbiamo realizzato “Hack the Money”, giornata di lavoro dedicata a rendere machine readable i contenuti relativi ai finanziamenti all’editoria. Oggi pubblichiamo i risultati del lavoro svolto.
Nel corso dell’hackathon sono stati presi in considerazione solamente i contributi diretti alla stampa dal 2012 al 2014 poichè i dati antecedenti sono viziati dal cambio della legge e delle relative definizioni per avere accesso ai finanziamenti.
Tutti i dati, per i quali è stato necessario fare scraping al fine di realizzare le elaborazioni, sono a disposizione di chiunque voglia utilizzarli. Anzi, se possiamo, vi invitiamo assolutamente a farlo. Si ringraziano in particolare Alberto GianeraPierluigi Vitale e Stefano Perna senza i quali il lavoro svolto non sarebbe stato possibile.
Vi sono diversi aspetti che emergono dall’elaborazione effettuata che meritano la dovuta attenzione.
Avvenire, il quotidiano cattolico che più di altri gode di buona salute con vendite costanti della versione cartacea, è la testata che maggiori contributi pubblici diretti riceve. Segue il quotidiano economico-finanziario Italia Oggi, di proprietà del gruppo Class Editori, per il quale parlare, quantomeno, di concorrenza sleale nei confronti de IlSole24Ore [che invece non riceve contributi diretti], dal mio personalissimo punto di vista, non è un eccesso. Al terzo posto il quotidiano del PD al centro di una controversa procedura fallimentare nonsotante i cospicui versamenti statali in suo favore.
Non risibili, anzi, anche i contributi statali per Conquiste del Lavoro, quotidiano della CISL che esce cinque volte alla settimana per i quali non esistono dati ADS che ne certifichino la diffusione e le vendite. Stesso discorso per Il Cittadino [di Lodi] che secondo le dichiarazioni dell’editore ha una diffusione media di 16mila copie [con vendite quindi stimate in circa 10mila copie/die] che riceve contributi tutt’altro che trascurabili per i quali vi invitiamo a fare il calcolo di quanto costa allo Stato, e dunque ai cittadini di tutta Italia, ogni copie venduta di questa testata.
Tra i giornali che ricevono maggiori contributi diretti spuntano molti giornali falliti quali Europa, la Padania e il Corriere Mercantile ed anche alcune testate “anomale” come America Oggi e Cronaca Qui, giornale torinese per il quale basta un’occhiata alla prima pagina per stabilire che non sia meritevole neppure di un centesimo.
Inoltre, decisamente anomale, e da approfondire, la situazione di Area Ag. Societa’ Cooperativa P.a., che pur avendo nella sua mission la realizzazione notiziari per l’emittenza radiofonica, riconducibili essenzialmente a Radio Città Futura [che infatti ottiene altri finanziamenti statali come radio] ottiene nel 2014 poco meno di mezzo milione di euro di finanziamenti pubblici per la stampa senza che, per quanto si riesca a capire, stampi alcun che.
Infine, si segnala che allo stato attuale delle cose, è in vigore una legge relativa ai finanziamenti pubblici ai giornali, voluta dal Sottosegretario All’Editoria Paolo Peluffo ai tempi del Governo Monti, che dal 2012 giace assolutamente inapplicata, evidentemente pour cause. Sigh!
Finanziamenti Pubblici Giornali 2012_2014

Social




http://www.datamediahub.it/2016/04/18/finanziamenti-pubblici-giornali/#axzz4ftsbLD1w

lunedì 3 aprile 2017

FULVIO SCAGLIONE

Fulvio Scaglione

Nato nel 1957, è un giornalista professionista dal 1983.
Dal 2000 al 2016  è stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, di cui nel 2010 ha varato l’edizione on-line del giornale.
Corrispondente da Mosca, ha seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente.
Ha pubblicato i seguenti libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003) e “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008), “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016).
Continua a collaborare con Famiglia Cristiana ma anche con Avvenire, Eco di Bergamo, Limes, EastWest, e online con Occhi della guerra, L’Inkiesta, Micromega, Eastonline e Terrasanta.Net.
Fulvio Scaglione, giornalista esperto di politica estera con una grande esperienza sul campo, collabora con diversi giornali e riviste. Esperto di Medio Oriente e Russia, ha recentemente pubblicato un libro sul Medio Oriente (Il Patto con il diavolo. Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo e all’Isis, Rizzoli, 2016, pp. 203) in cui unisce abilmente ricostruzione storica ed approccio divulgativo, fornendo chiavi di lettura per il presente in controtendenza con il discorso dominante a cui l’opinione pubblica è abituata.
Scaglione affronta la complessa storia mediorientale dagli accordi segreti di Sykes-Picot ai più recenti avvenimenti siro-iracheni, passando per la fondazione del regno saudita che ha avuto una grande influenza negli sviluppi futuri della regione. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Fulvio Scaglione (che proprio poche settimane fa ha intervistato Bashar al-Assad su “Avvenire”) a proposito dei più recenti eventi mediorientali, provando a fare anche qualche previsione per il futuro.
Nel suo libro mette chiaramente in luce la connivenza tra potenze occidentali e paesi finanziatori di gruppi jihadisti. A pagina 192 si legge: “Abbiamo sempre agito, noi occidentali, su questo doppio binario, con una morale per gli amici e una per i nemici, sperando che nessuno se ne accorgesse”. Ritiene che, alla luce dei disastri mediorientali, i paesi europei debbano mutare paradigma geopolitico? L’Italia ha possibilità, secondo lei, di rivendicare una politica estera maggiormente autonoma in questo senso?
Credo che un cambiamento di paradigma politico sia non solo necessario ma indifferibile. Non è più possibile credere, come abbiamo fatto per decenni, che i problemi del Medio Oriente restino in Medio Oriente. I problemi del Medio Oriente, che abbiamo largamente contribuito a creare (nella più benevola delle ipotesi, a rendere più acuti), ormai dilagano rispetto ai confini della regione e ci investono sempre più spesso.
Pensiamo, per fare un solo esempio, alla questione dei profughi siriani: destabilizza Paesi come Libano e Giordania, si riversa sulla Turchia, da lì passa in Europa. Per contenerla, visto che ormai noi europei siamo degli eunuchi politici, stringiamo accordi con la Turchia e contribuiamo a potenziare e finanziare un regime, quello di Recep Erdogan, che nello stesso tempo consideriamo oscurantista e dittatoriale, oltre che in odore di Fratelli Musulmani. Il tutto mentre temiamo la radicalizzazione dei musulmani che vivono in Europa, tra i quali ci sono appunto milioni di turchi. Per non parlare dell’Isis.
Tutto ciò che di serio sappiamo dell’Isis porta a una sola conclusione: è un movimento terroristico ispirato, finanziato e diretto dalle petromonarchie del Golfo Persico. Nel libro “Il patto con il diavolo” mi diffondo su questo tema, con ampia documentazione. Però queste petromonarchie sono nostre amiche, fanno affari con noi. E noi le copriamo dal punto di vista politico (si veda il nulla che diciamo a proposito delle repressioni saudite contro la Primavera del Bahrein e delle stragi saudite nello Yemen), oltre ad armarle a profusione.
Poi, però, a ogni attentato dell’Isis in Europa strilliamo allo scontro di civiltà, come se non sapessimo da dove arrivano quegli attentatori. Tutto questo è così scoperto, così marchiano, che farebbe persino ridere, se non fosse una tragedia.
Il mondo islamico è drammaticamente diviso al proprio interno, in una lotta essenzialmente tra musulmani. Le contese mediorientali hanno una dimensione sia geopolitica che settaria (si parla spesso di un “asse sciita” contro un “asse sunnita”). Ritiene preminente la dimensione settaria o quella geopolitica che vede coinvolte grandi e medie potenze, unite spesso da instabili convergenze di interesse?
Assolutamente quella geopolitica. La rivalità tra sunniti e sciiti (che sarebbe più corretto definire: il tentativo dei sunniti di liquidare la minoranza sciita) è vecchia di 14 secoli, ma i grandi scontri si sono avuti tutti o mille e quattrocento anni fa o negli ultimi decenni.
Ci sarà un perché, no? La realtà è che nel 1916 le potenze occidentali, allora Francia e Gran Bretagna, smantellarono un’organizzazione che esisteva da secoli, l’impero ottomano, e la sostituirono con il Trattato Sykes-Picot, cioè con il nulla. Garantirono in altre parole l’instabilità di una regione che da allora abbiamo potuto tenere sotto controllo, e sfruttare per i nostri interessi economici e politici, solo facendola progressivamente a pezzi e incentivando il settarismo, politico e religioso.
Non a caso, a parte le varie guerre, negli ultimissimi anni ci sono stati tentativi di minare, con embarghi, colpi di Stato e simili, anche i tre veri Stati-nazione del Medio Oriente: l’Egitto, con il velato appoggio al regime dei Fratelli Musulmani; la Turchia, con le vicende che sappiamo; e l’Iran.
Alcuni analisti hanno visto nella politica estera mediorientale obamiana la volontà di trovare un kissingeriano equilibrio di potenza in Medio Oriente. Altri analisti hanno messo in luce la geopolitica del caos americana, intenta a fomentare o placare i conflitti in base alle esigenze statunitensi. Qual è la sua opinione in merito?
Obama non era così attento al Medio Oriente. La sua priorità, più volte dichiarata, era l’Asia e il contrasto all’espansione politica e commerciale della Cina. In Medio Oriente non ha fatto altro che seguire i principi generali dell’unica vera strategia che informa la politica estera Usa dal 1989, quando il presidente George Bush varò la cosiddetta “esportazione della democrazia”.
Con quella strategia, seguita da Clinton, Bush Junior e Obama, cioè da ogni presidente dopo di lui a prescindere dal colore di partito, gli Usa hanno cambiato l’Europa dell’Est (che peraltro stava già cambiando), i Balcani (divisi e settarizzati, come si diceva: dove c’era una grande entità multietnica e multireligiosa ora ci sono Stati diversi per i cristiani ortodossi, i cattolici, i musulmani…) e il Medio Oriente. Dove cambiare non vuol dire necessariamente migliorare. A volte vuol solo dire disgregare. Come in Ucraina.
La politica estera di Donald Trump è avvolta da una nebbia di incertezza. Non sappiamo ancora con sicurezza come si relazionerà con importanti attori regionali (Iran, Arabia Saudita e Turchia in primis). Non ci è dato sapere neanche se riuscirà a raggiungere nel lungo termine un accordo di ampio respiro con la Russia. Qual è la sua opinione sul futuro delle relazioni tra Usa e Russia?
In campagna elettorale, sulla politica estera, Trump ha detto molte cose giuste. O almeno auspicabili: ricomporre le relazioni con la Russia è una necessità di tutti, non di Trump; concentrarsi sull’Isis, e quindi anche sui  suoi mandanti, è una necessità di tutti. Questi propositi, ovviamente, hanno disturbato molti, che si sono prontamente mobilitati contro il nuovo Presidente.
Di nuovo, al di là del colore politico, perché l’esportazione della democrazia, come si diceva, non ha mai avuto colore. Ecco perché, in fondo, Barack Obama e il falco repubblicano neocon John McCain hanno detto le stesse cose su Trump. E poi, ovviamente, c’è l’inesperienza e la confusione dello stesso Trump.
Ho la sensazione che il cosiddetto “muslim ban” e certi altri provvedimenti, che sembrano fatti apposta per compiacere l’elettorato dell’America “profonda”, non ci sarebbero stati se Trump avesse potuto insediarsi in un altro clima. Ma non lo so ed è un problema di Trump. In ogni caso, se abbandona quei propositi elettorali, Trump è finito. Se li vuole sostenere, si prepari a dare battaglia.
Nel suo libro dedica ampio spazio ai cristiani del Medio Oriente. A pagina 154 si legge a proposito delle comunità cristiane: “Sono dunque, anche in questo caso, un ponte essenziale. Ma bisogna aver voglia di attraversarlo”. Ritiene che le potenze occidentali debbano ascoltare maggiormente i cristiani dei paesi mediorientali? Come si spiegano le simpatie dei cristiani verso la politica estera russa (spesso demonizzata nei paesi occidentali)?
Ho sempre in mente il caso di fra Ibrahim, francescano e parroco della chiesa di San Francesco ad Aleppo. Lui ha vissuto tutti i quasi quattro anni della guerra ad Aleppo, in una chiesa colpita cinque o sei volte l’anno da razzi e colpi di mortaio. Ebbene, anche se veniva due o tre volte l’anno in Italia, fra Ibrahim non è mai stato intervistato dai nostri grandi giornali.
Curioso, no? Uno che di Aleppo e dei suoi drammi sapeva tutto… E’ un caso emblematico della situazione dei cristiani del Medio Oriente: siccome dicono cose diverse da quelle a cui vogliamo credere, cose sperimentate in prima persona, noi semplicemente togliamo loro la parola. Questa è una delle ragioni per cui non capiamo nulla del Medio Oriente.
I cristiani sono lì da molti secoli prima dei musulmani, quindi sono quelli che conoscono meglio la regione. Sono quelli che, nei secoli, hanno saputo sviluppare un modus vivendi con la società islamica, che non è una delle più facili. E sono quelli che hanno i nostri stessi valori. Eppure sono proprio quelli che rifiutiamo di ascoltare. Ha senso?

A cura di Federico La Mattina
contatta l’autore all’indirizzo e-mail federico.lamattina@imesi.orgo su twitter

giovedì 26 gennaio 2017

LEGGE ELETTORALE 2017





camera c'è premio maggioranza, al Senato no


 La sentenza della Corte Costituzionale regala all'Italia un sistema elettorale per la Camera immediatamente applicabile, come non poteva non essere, ma che diverge in più punti da quello del Senato. Quest'ultimo è quello uscito dalla precedente sentenza della Consulta (n 1 del 2014), chiamato nel linguaggio giornalistico Consultellum proprio perché scritto dai 15 giudici costituzionali. Quella sentenza dichiarò illegittimi alcuni punti del Porcellum lasciandone in vita altri. Il Parlamento ha poi approvato nel maggio 2015 una nuova legge elettorale per la sola Camera (l'Italicum), da cui la Corte ha oggi espunto il ballottaggio.

Ecco i due sistemi che sono oggi in vigore.

SENATO: sistema proporzionale puro, con una soglia su base regionale dell'8% per le coalizioni o i partiti che corrono da soli, e del 3% per i partiti all'interno delle coalizioni. E' prevista la preferenza unica. Ogni collegio ha ampiezza regionale, anche nelle Regioni più popolose (Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia, ecc) il che rende difficile e onerosa la caccia alle preferenze.

CAMERA: è un sistema proporzionale ma con un premio alla singola lista che supera il 40% (il premio non scatta per le coalizioni). In caso di mancato raggiungimento di questa soglia, si passa al riparto proporzionale tra tutti i partiti che hanno superato il 3%. Una volta stabiliti quanti deputati spettano complessivamente a ciascuna lista, attraverso un complicato algoritmo i numeri vengono proiettati su 100 collegi plurinominali, in ciascuno dei quali vengono eletti tra i 5 e i 7 candidati. In ogni collegio i partiti presentano dei listini di 5-7 nomi: il primo candidato è bloccato (viene cioè eletto automaticamente se per quel partito scatta il seggio), mentre per gli altri c'è la preferenza. L'elettore ha a disposizione due preferenze, ma solo se vota un uomo e una donna, altrimenti si deve accontentare di una sola preferenza . Ci si può candidare come capolista in più collegi (fino a dieci). Se si viene eletti in più di un collegio, verrà tirato a sorte quello in cui il candidato viene dichiarato eletto.

OMOGENEITA': alcuni sostengono che i due sistemi non sono omogenei - come ha chiesto il presidente Mattarella - perché per il Senato è un proporzionale puro, mentre per la Camera viene reso maggioritario attraverso il premio. Inoltre per il Senato sono previste le coalizioni, cosa non previste nel sistema della Camera (anche se una lista può essere composta da più partiti che si presentano insieme sotto un unico simbolo, come fu per l'Ulivo, rinunciando al proprio). Altri sottolineano invece che entrambi hanno un impianto proporzionale, e che al premio della Camera corrisponde in Senato la soglia dell'8%, che rende maggioritario anche quel modello.
   
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA