ITALIANISCOSTUMATI IN RIFERIMENTO AI POLITICI CHE HANNO PORTATO IL PAESE A UN DEBITO PUBBLICO FUORI CONTROLLO... un paese che sta' nelle graduatorie che non ci fanno onore...un blog caotico e senza nessuna pretesa...
Non c’è niente da fare: non
capiscono. Davvero non si rendono conto. Tant’è vero che l’unica idea che
finora si sta manifestando sui social networks e sul web (a dichiarata firma PD
con qualche complicità PDL) consiste in una neo-moda di squadrismo mediatico,
basata sull’insulto, sulla calunnia, sul falso, sulla pubblicazione di dati e
affermazioni false, e siamo ormai al record surrealista di persone intelligenti
che attribuiscono al M5s e a Beppe Grillo addirittura la responsabilità
dell’attuale crisi e della cosiddetta ingovernabilità. Si cerca di rovesciare
le carte, quindi è necessario rispedire la palla sul loro campo, perché stanno
tentando abilmente (mica tanto poi) di annebbiare la mente di chi legge e
ascolta per costruire l’ennesimo falso.
Per due anni di seguito, il
PD ha detto solo e soltanto una cosa: “Berlusconi deve fare un passo indietro”
senza mai parlare del loro programma. Il Berlusca lo ha fatto e per un anno ci
hanno spiegato che era necessario appoggiare Monti insieme a Berlusconi senza
mai parlare del loro programma.
Adesso, invece, non è più
possibile.
Questo è il punto. Soltanto
questo.
Qual è il programma del PD?
Sono a favore dell’abolizione del finanziamento ai partiti? Il M5s ha già
dichiarato che non prenderanno il contributo rinunciando a 35 milioni di euro. Quali sono i punti essenziali del programma
del PD in materia di spesa, lavoro, occupazione, legalità?
Il corriere della sera è
andato a chiederlo a Massimo D’Alema, uno degli esponenti di punta della
vecchia guardia piddina, D’Alema ha “bypassato” la risposta come se la domanda
non fosse stata fatta e ha dato la sua soluzione all’attuale fase in atto. Ecco
che cosa ha detto D’Alema:
“La
strada è chiara: la presidenza della Camera al M5s con un governo presieduto da
Bersani…è necessaria un’assunzione di responsabilità da parte delle forze
principali…nessuno può avere interesse a precipitare il paese verso nuove
elezioni che sarebbero un drammatico choc. Neanche il Movimento 5 stelle che ha
ottenuto un successo e che ragionevolmente credo voglia dimostrare la capacità
di generare cambiamenti positivi per l’Italia….quindi al centrodestra vada la
presidenza del senato e al movimento 5 stelle la presidenza della camera,
ovviamente sulla base della proposta di personalità che siano adeguate a ruoli
istituzionali di garanzia….”.
Per D’Alema è fatta, lui non
vede neppure il problema. E’ convinto che si risolva dando come regalo qualche
presidenza. Come era accaduto con la Lega.
Si tratta, per il momento,
di uno scontro tra due idee esistenziali e politiche che sono davvero
incompatibili.
A mio avviso, invece, per
poter cominciare a trattare, è assolutamente necessario “che Bersani faccia un passo avanti”.
Per quale motivo noi elettori e anche il
gruppo parlamentare del M5s dovremmo credere a un ipotetico cambiamento dato
che le persone e le personalità sono ancora le stesse?
Quindi, la prima mossa
spetta al presidente del consiglio incaricato in pectore che deve invitare l’attuale segreteria a dimettersi (
nell’interesse del suo partito) sostituendo coloro che non hanno fatto negli
ultimi vent’anni ciò che oggi sostengono di essere disponibili a fare e consentire
alla nuova segreteria di avanzare un piano programmatico di legislatura, con scadenze specifiche indicate, che accolga
istanze portate avanti dal M5s e che non è difficile ricavare anche dal risultato
elettorale (astensione e calo del bacino elettorale dei due maggiori partiti):
dall’immediato abbattimento dei costi della politica alla immediata legge sul
conflitto d’interesse; dalla riduzione del numero dei parlamentari
all’abolizione di privilegi parlamentari inutilmente costosissimi (benefits,
auto blu, consulenze a pioggia, ecc.); dall’introduzione del concetto di
reddito di cittadinanza (per far fronte immediato al disagio dei ceti sociali
più colpiti) alla suddivisione finanziaria “legale” tra banche d’affari
speculative e banche che gestiscono il risparmio dei correntisti, mettendo a
disposizione linee di credito alle imprese medio-piccole in difficoltà, per dare
inizio alla ripresa economica e così via.
Se Bersani fa un passo
avanti e, con una rinnovata dirigenza, immette nel suo programma di governo
questi punti, penso che i neo-eletti di M5s troverebbero naturale dargli la
fiducia, rinunciando –per il momento- a portare avanti altre istanze che
vengono –di comune accordo- rimandate. Ma solo in un contesto che mostri che il
PD ha raccolto la richiesta di rinnovamento proveniente dall’esito elettorale.
Come si fa a dare la fiducia a chi ha già dimostrato “sul campo” di essere
inaffidabile?
Che ci fa il M5s con la
presidenza della camera? La foto ricordo?
Allora, che facciamo?
Andrea Scanzi ben sintetizza
l’attuale fase di oggi nel seguente modo:
”Grillo, anzitutto, si toglie i sassolini dalle
scarpe e giustamente ricorda la badilata di cazzate empie piovute addosso ai 5
Stelle da parte dell'intellighenzia stinta del Pd (fassisti del web,
qualunquisti, Casa Pound, bla bla bla). Non puoi prima darmi del criminale e il
giorno dopo chiedermi di salvarti la vita perché altrimenti muori: troppo
facile, dovevi pensarci prima. Grillo, oltretutto, è un vendicativo permaloso.
Figuriamoci se non reagisce a uno schiaffo con un calcio sulle palle: è fatto
così. Una volta superata la soddisfazione di infierire sulla boria patetica di
chi credeva di avere già vinto e ha sbagliato pure questa, il punto è un altro
(ed è dirimente): che facciamo? Non c'è nessuna base spaccata (i giornalisti
stanno perdendo la testa, è bellissimo). La stragrande maggioranza dei grillini
detesta il Pd, perché lo conoscono benissimo. C'è solo chi è possibilista e chi
no. Per ora siamo alle scaramucce. La mia sensazione è che il centrosinistra
stia cercando ogni scusa per giustificare l'inciucione (tipo: "Visto?
Grillo ci ha detto no, quindi tubiamo con Berlusconi". E' la linea
D'Alema, cioè la linea-nulla). La mia paura è che Grillo possa peccare in
orgoglio. Tradotto: occorre aspettare i punti del programma governativo di
Bersani. In 20 anni non hanno fatto né il conflitto di interessi, né opposizione,
né progetti seri per abbattere i costi della politica: dubito che se ne
ricordino adesso. Se lo faranno, poiché costretti dall'acqua alla gola, il M5S
dovrà appoggiarli (a costo di dare la fiducia: non facciamo i puristi del
nulla, su). Se sarà invece la solita aria fritta, avremo per un po' (sei mesi,
un anno) il governissimo e di lì a poco le elezioni anticipate. Filippo Petardo
Facci (chi?) dice che la prossima volta il M5S non prenderà più voti, come
accaduto in Grecia coi movimenti di protesta. Quindi il M5S farà un botto
ulteriore. E la Casta lo sa. Per questo, in ogni modo, cercherà di
barcamenarsi. Trincerandosi in Parlamento e tirando a campare”.
Sono
d’accordo con questa analisi.
Stanno
giocando, come al solito, con carte truccate. Si rifiutano di parlare del
programma e propongono come novità governativa le solite facce. Come si fa a
ragionare in questi termini? Perché il M5s dovrebbe dare la fiducia a coloro
contro i quali è andato per tutta la campagna elettorale?
Bersani deve fare un passo avanti.
Tutto qui.
Cambi il
suo management, legga le voci del suo programma alla nazione e abbia il
coraggio di sfidare il M5s a un dibattito pubblico su ogni singolo punto del
programma, in modo tale da consentire al paese di “sentire” che davvero stiamo
andando verso la trasparenza pragmatica delle istituzioni, e non verso la
consueta, vecchia, ammuffita compravendita di presidenze, così come viene
presentata da Massimo D’Alema, l’ennesimo genio della politica che dimostra di
non aver capito affatto che cosa sta accadendo nel paese.
La
governabilità c’è eccome!
Ma sui
programmi e sulla sostanza.
Non sulla
qualità e sulla quantità delle presidenze di camera, fondazioni bancarie,
commissioni clientelari.
Tutto il
resto è fumo negli occhi.
Come ha
detto il premio Nobel Dario Fo, regalando un solido consiglio esistenziale a
Pierluigi Bersani, quando la Gruber lo ha intervistato: “Buttati, dai, fai un bel salto e sono certo
che il M5s voterà a favore”.
Altrimenti,
che si prepari ad essere testimone della propria estinzione per incapacità
politica, per incompetenza manageriale, per mancanza di creatività e scarsa
propensione all’assunzione di responsabilità individuale davanti alla
collettività.
Altrimenti,
dato che è il primo partito alla camera, c’è sempre il M5s che può assumere
l’incarico di formare un governo, presentare un programma e vediamo chi lo vota
in parlamento.
Così
vediamo chi non vota per l’abolizione delle province, chi non vota per l’abolizione
dei cosiddetti rimborsi elettorali, chi non vota per una vera legge anticorruzione,
chi non vota per una nuova legge elettorale, chi non vota per misure che rilanciano
la piccola e media impresa, chi non vota per l’abolizione del finanziamento pubblico
all’editoria, chi non vota per il reddito di cittadinanza, chi non vota per la
legge sul conflitto di interesse, chi non vota per la cancellazione degli enti
inutili, chi non vota per l’annullamento delle fondazioni bancarie, chi non
vota per l’abolizione deiprivilegi
parlamentari, chi non vota per la decurtazione del numerodei deputati, ecc.,ecc…..
Di seguito il testo della lettera che Davide Barillari, candidato
5 Stelle alla presidenza della regione Lazio, ha dato agli altri
candidati alla presidenza della regione durante il confronto televisivo
in diretta su Skytg24.
Nicola Zingaretti e Giulia Buongiorno gli unici a non aver ritirato la lettera di Barillari.
Cari candidati alla presidenza della Regione Lazio,
come sapete, il taglio netto ai privilegi della politica e la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti sono una battaglia che il Movimento 5 Stelle porta avanti da sempre.
I candidati del M5S hanno dichiarato per iscritto - e coloro che sono stati eletti, in Sicilia, Piemonte e Emilia Romagna lo hanno già messo in pratica - che rinunceranno completamente ai rimborsi elettorali che gli spetterebbero e che non guadagneranno più di 2500 euro netti al mese per il loro impegno politico.
In ballo ci sono milioni di euro di fondi pubblici che potrebbero essere destinati all'erogazione di servizi ai cittadini del Lazio e al sostegno delle piccole e medie imprese della nostra Regione.
Vi chiedo quini due cose:
siete disposti a rinunciare completamente e fin da subito ai rimborsi elettorali?
Vi impegnate a far sì che la prima legge del nuovo Consiglio Regionale del Lazio fissi come tetto massimo per la retribuzione dei consiglieri regionali la cifra di 2500 euro netti?
In attesa di una vostra pronta e, spero positiva, risposta vi saluto cordialmente. Davide Barillari candidato per il Movimento 5 Stelle alla presidenza della Regione Lazio
MARTESANA – Un po’ di martesana alla
conquista della Regione Lazio. Sarà l’ex busserese Davide Barillari il
“candidato a 5 stelle” di Beppe Grilo
Sarà Davide Barillari, un personaggio molto conosciuto in martesana, il candidato del Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni regionali del Lazio.
“Figlio d’arte”, della attivissima e tanto amata Rosella Crespi, ex consigliere comunale ed assessore a Bussero, venuta a mancare due anni fa, ha mosso i suoi primi passi tra Bussero e Pessano, dove
tra il ’99 e il 2000 ha contribuito a creare l’ARCI UBIK, uno spazio
giovanile autogestito, diventandone poi il presidente, per poi
dedicarsi, sempre negli stessi anni alla fondazione e alla guida dell ‘
Associazione no-profit Tatavasco (bottega di commercio
equo solidale) . Banchetti, iniziative ed eventi organizzati negli
corso della sua presidenza sul tema del commercio equo e solidale, del
boicottaggio, della cooperazione nord-sud, del consumo critico e
consapevole che10 anni hanno fruttato circa 30.000€, tutti
completamente destinati a progetti di cooperazione con il sud del mondo. Sono davvero moltissime le esperienze del 38enne, che prima di trasferirsi nella capitale nel 2010 è stato fondatore e coordinatore Gruppo Emergency Martesana, membro eletto del GIT Banca Etica Milano Est e organizzatore di convegni sulla finanza etica, fondatore del Gruppo Acquisto Solidale “Sogni e Bisogni”, fondatore del nodo Rete Lilliput Martesana,
mettendo in rete diverse realta’ della provincia di Milano (Acli,
botteghe commercio equo, ecc.) e co-organizzatore della presenza della
Rete Lilliput alle contestazioni del G8 di Genova2001.
Proprio Genova e i fatti del G8, oltre a all’impegno civico che fin
da giovanissimo ha caratterizzato la sua vita, sembrano essere stati uno
dei motivi che hanno avvicinato Davide Barillari a quella V rossa
del Movimento 5 Stelle: ” La mia e’ una rabbia ragionata, fredda,
assetata di giustizia che sgorga dal profondo – scrive Barillari sul MeetUp di Beppe Grillo
– proprio come V, voglio guardare negli occhi, dritto negli occhi,
quelle persone che hanno permesso tutto questo, e continuano impunemente
a farlo. Senza limiti. Voglio guardare in faccia chi ha svenduto il
mare, l’aria, l’acqua, la terra per i propri interessi o quelli delle
loro cricche. E voglio vedere spegnersi il loro arrogante sorriso, il
sorriso di chi ha potere e soldi e pensa di fare tutto, quando per
fermarmi mi proporranno soldi o favori e in me troveranno solo una
risata che li sommergera’. Sono gia’ morti ma
non lo sanno. Ho una maschera di V a casa, per ricordare a me stesso
che tutti noi siamo uno, e uno e’ tutti. Solo la moltitudine puo’
capovolgere per sempre il sistema.“ Trasferitosi a Roma dal 2010, dove vive con l’attuale moglie e due figli, di cui uno in arrivo, Davide non ha perso tempo e anche nel capoluogo ha fondato il Gruppo Acquisto Solidale “Grano Salis” di Ostia Antica e seguito i lavori della Rete gas Lazio e dato vita al progetto ”Incontriamoci ad Ostia Antica”,
per creare uno spazio culturale aperto a tutte le associazioni e in
particolare per combattere il disagio giovanile. esperienze sindacali
italiane ed europee.
Una lunga esperienza anche nel campo informatico che lo vede occupato presso IBM Italia dal 1996
come consulente informatico e nella gestione dei sistemi centrali della
Banca d’Italia a Frascati (Roma). Proprio le nuove tecnologie lo hanno
portato, all’interno del “Meetup Lazio 5 Stelle” a creare e coordinare i
lavori del Tavolo di lavoro Connettivita’ nella scrittura del programma regionale, avviando la scrittura partecipata in rete dei programmi elettorali per il municipio di Roma, per la citta’ e per la regione.
Esperienza lavorativa che lo ha avvicinato anche al mondo sindacale nel Coordinamento Nazionale RSU IBM Italia
come Rappresentante italiano eletto al Comitato Aziendale Europeo (CAE )
della IBM (in rappresentanza di 8000 lavoratori italiani) e in sede
europea per le aziende del gruppo IBM Italia.
Anche in questo campo Davide Barillari, non si è certo tirato
indietro e ha intrapreso una lunga lotta contro i vertici dell’azienda
per affermare un nuovo modello di sindacato 2.0. e ha organizzato un
evento destinato a passare alla storia: il primo sciopero virtuale al mondo su Second Life.
Insomma un curriculum di tutto rispetto che gli ha permesso di
ottenere il via libera, con le consultazioni on line del M5S per sfidare
Zingaretti alla guida della regione Lazio.
Solo i risultati elettorali ci sapranno dire se ci sarà anche un po’
di martesana nel nuovo governo del Lazio, nel frattempo, al di là delle
appartenenze politiche non possiamo che augurare a Davide un grosso in
bocca al lupo, come agli altri candidati in corsa.
FONTE QUI
Videocommenti (18) su: "Tagli, ritagli e frattagl ..."
Amato nominato super-consulente da Rigor Montis sui soldi pubblici ai partiti è uno schiaffo agli italiani. Una pernacchia. Un potente vaffanculo della Casta. Una provocazione. E' come buttare un fiammifero acceso in un pagliaio.
Qualche volta mi chiedo se Monti e il Trio Lescano che lo appoggia
abbiano veramente capito dove si trovano, in quale momento storico.
L'Italia è sull'orlo del collasso economico, dopo il quale può succedere
di tutto. Al confronto di Rigor Montis, di Alfano, Bersani e Casini, Maria Antonietta, alla quale venne attribuita la frase "Se non hanno pane, mangino brioches!", rivolta al popolo affamato durante la Rivoluzione francese, è una statista.
Giulano Amato ha una certa esperienza nel maneggiare i soldi e di finanziamenti pubblici, è stato tesoriere del PSI di Craxi.
Uno dei rari casi in cui il tesoriere fa carriera e il capo finisce
sotto accusa e latitante. L'esatto contrario dei tesorieri Belsito della
Lega e di Lusi della Margherita.
Si invocano i tagli e si imbarca un tizio che prende 32.000 euro di pensione al mese. E' uno scherzo di Carnevale? Per le pensioni va applicato un tetto massimo di 3.000 euro.
Sono più che sufficienti per vivere. Con il risparmio (valutabile in 7
miliardi di euro all'anno) delle mega pensioni, doppie e triple, dei
vitalizi dei politici si apra un fondo per pagare i debiti che lo Stato
ha con gli imprenditori che si suicidano al ritmo di uno o due al
giorno. Affidare un incarico al superpensionato Amato per contenere i
costi è una dichiarazione di guerra a chi non riesce a mangiare con la sua pensione e dopo il taglio di 200 euro al suo misero reddito decide farla finita buttandosi dal terrazzo. I sacrifici, o li facciamo tutti, o non li fa nessuno! Ma questo, Rigor Montis non lo sa. Non capisce che senza esempi, occupandosi di ritagli e frattaglie
al posto dei tagli e senza l'appoggio dell'opinione pubblica, è già
finito. Che sarà travolto. Un ferrovecchio a cui i partiti cercheranno
di attribuire le colpe per poi essere spazzati via a loro volta.
Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure. Ci vediamo in Parlamento (ma forse loro non ci saranno).
Eni-Saipem, tangente all'Algeria. Paolo Scaroni indagato a Milano.
Grillo nel 2008, durante lo spettacolo "Delirio":
"L'amministratore delegato dell'Eni Scaroni è stato messo li da
Berlusconi, perchè aveva delle credenziali che non poteva dire di no.
Il dott. Scaroni aveva patteggiato due anni e mezzo per corruzione.
C'era uno incensurato e l'hanno mandato via, come cazzo fai a stare qua
se sei incensurato?"
I vostri video su: "Lettera agli italiani di ..." (13)
"L’Italia deve diventare una comunità, nessuno deve essere lasciato indietro.
E’ intollerabile, inumano, vedere le file di esodati, sfrattati, disoccupati
alle mense della Caritas mentre chi ha sprofondato il Paese nella miseria si
muove con la scorta, l’auto blu, senza alcuna preoccupazione economica. I
partiti sono i primi responsabili di questa situazione, hanno occupato lo Stato,
lo hanno svenduto, spolpato da dentro. Ora, queste persone si presentano, grazie
ai giornali e alle televisioni che controllano, come i salvatori della patria,
proprio loro che l’hanno affossata, usata per i loro interessi.
L’Italia ha
le tasse tra le più alte del mondo, uno dei maggiori debiti pubblici, un tasso
di disoccupazione, soprattutto giovanile, che ha fatto emigrare in pochi anni un
milione e mezzo di ragazzi italiani, diplomati, laureati con il sacrificio dei
loro genitori. E’ ora di dire basta, questa commedia deve finire o finirà il
Paese. Non abbiamo più tempo, dobbiamo mandarli tutti a casa. Tutti coloro che
fanno parte di questo marcio sistema, devono andarsene, sparire, ma prima devono
giustificare il loro eventuale arricchimento. Io non chiedo il tuo voto, non mi
interessa il tuo voto senza la tua partecipazione alla cosa pubblica, il tuo
coinvolgimento diretto, se il tuo voto per il M5S è una semplice delega a
qualcuno che decida al tuo posto, non votarci. Questo Paese lo possiamo cambiare
solo insieme, non c’è alternativa. Usciamo dal buio e torniamo a rivedere le
stelle. Lo Stato deve proteggere i cittadini o non è uno Stato, per questo va
istituito il reddito di cittadinanza. Io sono Stato, tu sei Stato, noi siamo
Stato. Riprendiamoci l'Italia." Beppe Grillo 20 punti per uscire dal buio:
Reddito di cittadinanza
Misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa
Legge anticorruzione
Informatizzazione e semplificazione dello Stato
Abolizione dei contributi pubblici ai partiti
Istituzione di un “politometro” per verificare arricchimenti illeciti dei
politici negli ultimi 20 anni
Referendum propositivo e senza quorum
Referendum sulla permanenza nell’euro
Obbligo di discussione di ogni legge di iniziativa popolare in Parlamento
con voto palese
"Finalmente svelato il famoso asso nella manica del piazzista di Arcore: “Vi eliminerò l’IMU e restituiremo quella già versata”.
Anzi mi voglio rovinare. A questa magnifica offerta ci aggiungo un bel
servizio di piatti in pura ceramica, un televisore 22 pollici ed un set
di stracci per la cucina in puro cotone ed il tutto non ve lo portate a
casa non per 100, né per 80 ma bensì per 70 euro. Venghino siori,
venghino. Profittate subito dell’offerta perché saremo in questa
pubblica piazza per altri pochi giorni. Venghino cojoni, venghino..." Franco F., Napoli
>>> Oggi, 1
febbraio sono a Trapani, viale delle Sirene, ore 17, e Palermo, piazza
Politeama, ore 21. Domani 2 febbraio sarò a Bologna, piazza Maggiore,
ore 17, e Modena, piazza Grande, ore 21. Seguite le dirette su La Cosa! >>>
Per lo scandalo del Monte Dei Paschi di Siena qualche politico di primo
piano potrebbe finire in galera. E' un'ipotesi molto plausibile. Una
voragine di 21 miliardi (7 mld di sovrapprezzo sull'acquisto di
Antoveneta, 7 di ulteriori versamenti su estero, 7 di debiti acquisiti
in seguito all'operazione di acquisto, 42.000 miliardi di vecchie lire,
due volte la Parmalat, un buco pari al valore di 5 IMU) senza l'avallo
del Sistema è logicamente, materialmente, umanamente IMPOSSIBILE. Io non
conosco le carte in mano ai magistrati ma, se in quelle carte, ci
fossero dei futuri ministri, sarebbe il caso di fare emergere i loro
nomi prima delle elezioni. Il problema è molto semplice, nessun governo,
nessuna legislatura reggerebbe a un trauma giudiziario che si prospetta
enorme nelle sue diramazioni e responsabilità se venissero chiamati in
causa dei suoi esponenti di spicco. "Lo scandalo MPS e le domande che non vengono poste. Come mai?" di Sergio Di Cori Modigliani
Potrebbe (e a mio avviso dovrebbe) essere “la mamma di tutte le immondizie italiane”.
Parliamo qui, ancora, della vicenda relativa a Monte dei Paschi di Siena.
Stanno già facendo tutto per annacquare la vicenda, camuffarla, nasconderla, occultarla e infine insabbiarla.
Tireranno fuori le notizie più strane, in questi rimanenti giorni di
campagna elettorale, per distrarre l’attenzione e fare in modo che
l’opinione pubblica non si interroghi e che la gente non pretenda di
voler sapere.
Dipende da noi tutti agitare le acque in modo tale da inondare il
territorio mediatico (quantomeno sul web) di una valanga di domande alle
quali è nostro diritto esigere delle risposte immediate e pertinenti.
Senz’altro avremmo saputo qualcosa da Corradino Mineo su rai news 24.
Non è più possibile: è candidato capolista per il PD in Sicilia.
Qualcosa di davvero intelligente (perché l’uomo lo è senz’altro e molto,
oltre ad essere molto pertinente essendo uno dei più grossi esperti
italiani dei meandri del potere del nostro sistema bancario) avremmo
potuto sapere leggendo sul Corriere della sera gli entusiasmanti
editoriali finanziari di Massimo Muchetti ma non sarà possibile perché è
candidato capolista a Milano nelle fila del PD. Avremmo (forse) potuto
sapere qualcosa da altri 25, ma sono tutti candidati. Quindi staranno
tutti zitti.
E’ per questo li hanno candidati (?) Ed è per questo che sulla stampa
mainstream non leggeremo e non sapremo nulla. Basterebbe fare le domande
giuste.
Perché nel campo specifico della professione giornalistica, ciò che conta per davvero consiste nella “qualità delle domande che si pongono”.
E’ soltanto questa la differenza tra un bravo giornalista che onora la
professione e i nostri impiegati della cupola mediatica.
Sono le domande, quelle che contano. Domande che inchiodano, che
obbligano a delle risposte che non possono essere evase. Ecco le tre
domande che andrebbero poste all’on. Silvio Berlusconi, presidente del
PDL. 1) “ Ci risulta, come confermato dagli atti ufficiali, che la
società di intermediazione finanziaria statunitense Goldman Sachs abbia
affidato al giornalista Gianni Letta, ai tempi deputato eletto nelle sue
liste, la mansione di gestire, sovrintendere e chiudere la
compravendita tra Monte dei Paschi di Siena e Banca Antonveneta. Come
mai, non essendo l’on. Gianni Letta né un esperto di sistemi bancari, né
un esperto in tecnica bancaria, né un banchiere, né ufficialmente parte
in causa, è stato scelto per tale delicato lavoro che presuppone una
corposa e specifica competenza tecnica?”
2) “ Ci risulta, come provato da atti ufficiali, che, strada facendo,
sia stata accorpata anche la società di intermediazione finanziaria
statunitense J. P. Morgan, attraverso, pare, la partecipazione attiva e
personale del direttore responsabile marketing per le operazioni
europee, Mr. Monti jr. Come mai? Perché sarebbero state scelte queste
due società straniere essendo l’Italia piena di eccellenti società di
intermediazione finanziaria ad alti livelli sia di merito che di
competenza tecnica garantita?”
3) “ Come mai, essendo il Monte dei Paschi di Siena una banca di
interesse nazionale, considerata “strategica” all’interno del mondo
finanziario-economico italiano, l’on. Gianni Letta, venendo meno ai suoi
obblighi di Legge, non ha riferito, punto per punto, l’intero percorso
operativo al presidente della Consob, alla ABI (Associazione Bancaria
Italiana) a Bankitalia, al Ministero del Tesoro, e –essendo coinvolte
società non italiane in un ambito di rilevanza strategica- anche al
Ministero della Difesa?”. In seguito alla dichiarazione pubblica, rilasciata sabato 26 gennaio da Pier Luigi Bersani, che ha detto: “Se c’è qualcuno che osa sostenere che il PD c’entra in un qualunque modo in questa vicenda, ebbene, noi lo sbraniamo vivo”
bisognerebbe porre le seguenti domande al Presidente del PD, on Rosy
Bindi e quindi mettersi nelle condizioni di essere sbranato vivo: 1) “
Sulla base di atti provati e già in possesso sia delle autorità
finanziarie che della magistratura che sta indagando sulle dubbie
operazioni finanziarie del Monte dei Paschi di Siena, risulterebbero le
seguenti emissioni di bonifico bancario a favore del partito da lei
presieduto: da parte di Giuseppe Mussari, presidente della banca,
versamento di 246.000 euro; da parte del vice-presidente della banca
Monte dei Paschi di Siena, Ernesto Rabizzi 125.000 euro. Da parte del
presidente della società denominata “Monte dei Paschi di Siena Capital Service”
la cifra di 176.063 euro destinata – nello specifico - alla federazione
del Partito Democratico di Siena. Da parte di Riccardo Margheriti,
presidente di “Monte dei Paschi di Siena Banca Verde” la cifra
di 132.890 euro con la specifica destinazione per investimenti nel
settore della green economy a fronte dei quali non esiste nessuna
fattura emessa. Infine, da parte di Alessandro Piazzi, consigliere della
Fondazione Monte dei Paschi di Siena, la cifra di 161.400 euro. Le
domanda sono le seguenti: come mai sono stati versati questi soldi al
PD? A quale titolo? A fronte di quali specifiche mansioni? Come mai
risultano inviate ma non sono state immesse in bilancio? Come mai
risultano incassate ma non sono state immesse nel bilancio del PD?”.
2) “ Risulta agli atti che il presidente del Monte dei Paschi di Siena
abbia provveduto a far avere al gruppo politico DS nell’arco di dieci
anni, dal 1999 al 2009, la cifra complessiva di 682.000 euro. Come mai?
In base a quale mansione specifica? Come mai non risulta iscritta in
bilancio né in uscita presso la banca né in entrata presso il gruppo DS –
tuttora esistente nonostante sia estinto - Tale gruppo estinto è
confluito nel partito da lei presieduto, lei che cosa ha da dire al
riguardo? Risulta, inoltre, che il presidente della fondazione bancaria
abbia “personalmente” versato la cifra di 703.000 euro alla federazione del PD di Siena. A quale titolo? Come mai non sono stati conteggiati”.
Queste sono le domande (parliamo qui davvero di quisquilie e di robetta)
che andrebbero poste. Non si tratta soltanto di curiosità. Queste sono
le attività di una banca nazionale strategica che è posseduta al 39,6%
da una fondazione che è stata identificata e definita da atti
parlamentari ufficiali come “ente benefico” e di conseguenza gode del diritto di non subire alcuna forma di tassazione.
Da cui se ne ricava la seguente situazione: l’Italia è una nazione – “ed è ufficiale”
- nella quale le banche possono non pagare le tasse se fanno
beneficenza; tale beneficenza si manifesta nell’inviare dei bonifici
bancari alle federazioni dei partiti direttamente da parte del
management direttivo che considera tale pratica come norma
consuetudinaria. Poiché non sono sottoposti ad alcun controllo,
ritengono di non dover risponderne alla cittadinanza.
Con l’aggiunta della consueta pantomima elettorale mediatica, costruita
per i gonzi, a firma del re degli imbonitori, il nostro Berluska, il
quale –immagino- dinanzi al panico dei suoi amici e soci in affari (dal
PD all’Udc, passando per tutti, nessuno escluso) deve averli
tranquillizzati sostenendo il suo emblematico “ghe pensi mì”. E così,
tira fuori una idiota gaffe da operetta a proposito del fascismo, con la
cupola mediatica complice che si butta appresso riempiendo i giornali
di opinioni, discussioni, distinguo, chiarimenti. Di tutto.
La mia serena opinione è che per tutti i grossi pescecani partitici,
oggi, ciò che conta, è sviare l’attenzione dall’affaire Monte dei Paschi
di Siena, “la mamma di tutte le immonde schifezze italiane”.
Qualunque cosa purchè se ne parli sempre di meno. Qualunque diversivo,
gossip, menzogna, fantasia. Va bene tutto. Basta che la gente non
cominci a pretendere la verità su ciò che, ora dopo ora, comincia a
delinearsi sempre di più come la autentica cassaforte del club dei club:
il tavolo italiano dove la massoneria reazionaria, il vaticano, i
partiti italiani e i colossi finanziari anglo-statunitensi, si sono
sempre incontrati per decidere chi governa, come governa, chi deve
contare, chi non lo deve. E soprattutto a chi è necessario dare soldi e
quanti e quando e dove. Perché, per loro, ciò che conta, in questa
campagna elettorale è soltanto questo: il profitto netto che i
partiti-azienda sono in grado di assicurarsi grazie al voto di chi crede
in loro. Questa è la realtà dei fatti, oggi.
Questa è la stessa banca che, nell’arco del solo 2012, ha provveduto a
negare crediti a circa 15.000 piccole imprese nel territorio della
regione Toscana e in Emilia Romagna, le quali sono andate in
liquidazione e sono fallite.
Una banca che ha prodotto dissesto e disoccupazione, in nome della beneficenza.
Abbiamo il diritto di esigere e pretendere il default immediato di
questa classe politica indecente, perché se non vanno in default loro,
ci andiamo noi.
Ultima domanda a tutti: “Come mai un ente benefico rifiuta il credito alle imprese che danno lavoro e occupazione ma regala dei soldi a un partito?”.
Il titolo di MPS va al rialzo e la borsa gongola.
Si sono fatti i loro conti.
Non sarebbe splendido, il 26 febbraio, poter dire: ”Signori, avevate fatto i conti senza l’oste”
Noi, siamo l’oste. Non dimentichiamolo.
Buona settimana a tutti." Sergio Di Cori Modigliani
In pratica il caro Profumo risolve tutto dicendo restituiremo il
prestito...soldi che hanno prestato i cittadini con l'IMU ...è
incredibile e vergognoso.
Mucchetti parla gia' da politico del PD e attacca Beppe Grillo ...
>>> Oggi, 25 gennaio sono a Livorno piazza XX
settembre ore 17 e a Firenze piazza Santissima Annunziata ore 21. Domani 26
gennaio sarò a Ravenna, ore 12.30, Cesena, Giardini Pubblici, ore 15.30 e a
Rimini, piazza Cavour, ore 19.30. Seguite le dirette su La Cosa!
>>> Intervento di Beppe Grillo all'assemblea degli azionisti del Monte dei
Paschi di Siena "Noto innanzitutto l’atmosfera. Se parlate con
l’azionista è devastato per il suo investimento, si lamenta e è furioso. Poi
vedo una ostentata calma della presidenza, di questi signori che non conosco,
presumo che ci sia un notaio. Ostentate una calma
straordinaria. Io vengo da Genova, come il dottor
Profumo, conosco il dottor Profumo, la vita che ha fatto, era un ex
casellante, lavorava di sera, si è fatto da solo, un uomo molto importante, però
è un uomo completamente non adatto a gestire questa situazione perché è indagato
di frode fiscale. Questa banca era una banca florida, era una banca
straordinaria, nel ‘95 è stata diciamo privatizzata, queste parole che ormai non
hanno più assolutamente il significato che avevano, è stati politicizzata, è
entrato un partito dentro con una fondazione, nominata da chi sapete benissimo
comuni, regione, provincia, sono entrati questi del PD, ex DS, che ha governato
questa regione per 40 anni. Da lì è stato compiuto, dall’inizio, lo scempio
totale di questa banca, è stata privatizzata, una Spa, portata
in borsa, fondazione, ha iniziato a allargare al mercato. Quando non si hanno
i concetti si parla del mercato, ma chi è il mercato? Il
mercato che gioisce? Il mercato che resta sbigottito? Che perde? Il mercato sono
i soliti squali il mercato, che entrano nelle spa, nelle società, e parliamo di
Caltagirone, Gnutti, sono sempre gli stessi. Questi entrano, investono e
vogliono i dividendi, per dare i dividendi questi signori hanno
disintegrato una delle più belle banche del mondo. Si sono venduti tutto! I loro
capitali, le banche, i palazzi a Roma, le tenute, la Cassa di Risparmio di
Prato, si sono venduti i gioielli e hanno piano piano spolpato una azienda che
prima della privatizzazione del ‘95 aveva un valore di 20 miliardi di Euro,
adesso siamo sotto i due, forse. Poi che cosa è successo? Che si è presa la
mano, le vendite continuavano e poi Antonveneta. Sapete meglio di me, io non
voglio fare il professore, io faccio un altro mestiere, però
Antonveneta, costa tre e si paga 10, si prende il passivo di
una banca, lo si incamera dentro la banca. Queste operazioni fanno sì che una
banca come questa scompaia piano piano. Ora io sono venuto a dirvi una cosa:
lei (indirizzandosi a Profumo) come Presidente la prima cosa che doveva
fare era aprire una inchiesta, perché qui siamo in un caso che
va oltre la Parmalat. Io ero stato chiamato alla Parmalat proprio perché due
anni prima che fallisse andavo negli stadi, facevo gli spettacoli facevo vedere
il bilancio e dicevo è una azienda fallita, lo sapevano tutti che era fallita la
Parmalat. Il disastro di questa banca lo sapevano tutti, i media, i giornalisti,
gente della finanza. Si doveva aprire una commissione, chiamare tutti i
segretari del Partito Democratico dal ‘95 a oggi e far loro delle
domande, perché qui abbiamo un buco di 14 miliardi di Euro, 28 mila miliardi di
lire, oltre la Parmalat. Presidente Profumo: “dott. Grillo poi mi
dirà dove ha recuperato il numero dei 14 miliardi di Euro” Beppe
Grillo: “Va bene, però mi faccia andare avanti. Abbiamo un buco di 14
miliardi di Euro…” em>Presidente Profumo: “No, non abbiamo un buco
per precisione, non abbiamo assolutamente questo buco…” Beppe
Grillo: “E va beh, ma ora vediamo, perché il problema è che mancano, c’è un
buco notevole, se non saranno 14 saranno 13 e 8. C’è anche una domanda, chi ha
controllato? Chi doveva controllare queste cose? Siamo sempre alle solite! La
Banca di Italia, chi c’era Draghi?! Chi doveva controllare? La signora
Tarantola, capo della vigilanza di Banca Italia? Chi ha controllato, la
Consob? Tutta gente che fa un altro mestiere fuorché controllare! Qui siamo
veramente a uno dei buchi più grossi che ci siano oggi in Italia e credo in
Europa. Abbiamo bisogno di risposte e la risposta è questo signore che viene con
la referenza che abbiamo detto prima, che va in giro a aprire cassaforti, a
vedere dei derivati e a mettere nel patibolo questo Mussari. Io ci ho parlato
una volta, non sa nulla di banche, ma non è il suo compito, non sa nulla di
banche… APPLAUSO DELL'AULA Beppe Grillo: “Immaginate che non sa
neanche fare un bonifico e sentirlo parlare di derivati, che nessuno sa che cosa
sono. Investono in derivati, ma se andate a vedere la “curva di Swensen” vedrete
che sono un algoritmo, formule, da malati di mente. Infatti Swensen, quello che
ha inventato i derivati, aveva ha aperto una sua società, ha investito in
derivati e è fallito in 6 mesi, pensate un po’ se si può ancora fare
questo! Poi deve essere recuperato il deficit, una parte del deficit. Che i
tre miliardi virgola 9, debbano essere messi dal popolo italiano mi sembra una
delle più grosse ingiustizie. Le aziende falliscono, tutte le aziende
falliscono, la legge di mercato dice questo, se vai male, se sei gestito male,
fallisci. Se mancano i soldi qualcuno li ha presi, qui siamo in una distorsione
dove un partito è diventato una banca e una banca è diventato un
partito. Questi soldi devono essere tirati fuori, ma non dai tre
virgola 9 miliardi presi dai cittadini italiani, dall’Imu, dalle persone che
sono fuori a protestare.... Questa è una azienda che dovrà licenziare migliaia
di persone tra breve, è una azienda che dovrà riscattarsi in qualche modo, ma
non si riscatterà avendo una gestione come questa. Quindi io vi auguro di
cercare di resistere a questa cosa e io voglio, vorrei, come azionista, come
cittadino, come persona, fare chiarezza, perché questi soldi non ci sono. Chi li
ha presi? Allora li mettiamo sul banco degli imputati e devono essere
processati dall’opinione pubblica, dai risparmiatori e dai
lavoratori, che non devono rimetterci una lira e neanche il posto di
lavoro. Io ho finito. APPLAUSI DELL'AULA"
>>> Oggi, 23 gennaio sono a Pomezia
piazza Indipendenza ore 17 e a Latina piazza del Popolo, ore 21. Domani
24 gennaio sarò a Grosseto piazza Dante ore 17 e a Siena piazza del
Mercato (Tartarugone), ore 21. Seguite le dirette su La Cosa! <<<
Il Financial Times, con un titolo che ricorda una celebre copertina dell'Economist su Berlusconi "Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy" ha pubblicato su Rigor Montis un articolo a firma di Wolfgang Munchau, uno dei suoi più importanti analisti economici, "Why Monti is not the right man to lead Italy
(Perché Monti non è l'uomo giusto per guidare l'Italia)". Scrive
Munchau: "La crisi economica in Italia sta crescendo. Ogni giorno vi
sono notizie di peggioramento del credito, dell'aumento della
disoccupazione, dei consumi, della produzione e della confidenza nella
ripresa del business ... Monti non si è opposto a Angela Merkel. Non le
ha detto che il continuo impegno dell'Italia avrebbe dovuto dipendere da
una vera unione bancaria con capacità decisionali e depositi
sufficienti; l'adozione di un eurobond; e una politica di espansione
economica da parte di Berlino ... Monti ha promesso riforme ed è finito
ad aumentare le tasse. Il suo governo ha tentato di introdurre modeste
riforme strutturali ... La sua narrazione (fantastica, ndr) è che lui ha
salvato l'Italia dall'orlo dell'abisso, o piuttosto da Silvio
Berlusconi. La caduta dello spread ha alimentato la sua narrazione, ma
molti italiani sanno che lo devono a un altro Mario - Draghi, presidente
della BCE... Per Monti, la mia miglior previsione è che la Storia gli
darà un ruolo simile a quello di Heinrich Bruning (*), il cancelliere
tedesco dal 1930 al 1932. Anche Bruning era convinto al pari
dell'establishment di allora, che non ci fosse alternativa
all'austerità".
Il giorno seguente Rigor Montis, piccato, ha risposto con una lunga
lettera al FT. Riporto alcune perle della sua intemerata in cui sin dal
titolo appare la sua innata modestia "Italy has led reform in Europe as well as at home (L'Italia ha guidato le riforme in Europa oltre che a casa)"
1. L'Italia era vicina a essere espulsa dai mercati finanziari. Ridurre i bisogni finanziari era imperativo (durante
il Governo Monti il nostro debito pubblico è aumentato di 100 miliardi,
ha fatto peggio di Tremonti e i nostri titoli pubblici sono stati
acquistati in prevalenza dalle nostre banche grazie al prestito ponte della BCE di gennaio/febbraio 2012 di 1.100 miliardi di euro al sistema bancario europeo, ndr) e poteva essere fatto solo aumentando le tasse (si
doveva intervenire sul taglio delle spese, soprattutto quelle
strutturali e non sull'aumento delle tasse e della fiscalità aumentando
così la recessione, ndr) 2. Quello che ha fatto questo governo diminuendo i prezzi (l'inflazione è salita al 3% nel 2012, ndr) e creando più lavoro nel settore dei servizi è senza precedenti (per Bankitalia
nel 2013 il tasso di disoccupazione aumenterà, arrivando a toccare il
12% nel 2014 e per l' ISTAT: la disoccupazione giovanile supera il 37%, ndr) per un periodo così breve e senza una reale maggioranza in Parlamento (sostenuto solo da Pdl, Pdmenoelle e Udc, ndr). Belin, che vergogna. Monti ci è o ci fa? Datemi una risposta!
(*) In una situazione economica gravissima per la Germania, Bruning
perseguì con determinazione, tramite decreti presidenziali in via
d'urgenza, una politica di tagli di bilancio e di deflazione per
alleviare il peso del debito estero connesso al pagamento delle
riparazioni di guerra decise a Versailles. Per alcuni la sua politica
provocò un grave aumento della disoccupazione, aggravò il disagio
sociale e la condizione dei ceti medi, causò il massiccio spostamento
dei medio-bassi verso l’estremismo populista-nazionalista di Adolf
Hitler.
Staminali: naso paziente fatto ricrescere su braccio
Glielo avevano rimosso per un tumore, con le staminali potrebbe riavere un
profilo normale entro un paio di mesi
23 gennaio,
16:06
A Londra un uomo a cui è stato necessario rimuovere il naso per un tumore ne
sta per ricevere uno fatto crescere sul suo stesso braccio. Lo ha rivelato il
programma della Bbc Focus, secondo cui i ricercatori dell'University College di
Londra potrebbero ridare il profilo normale al paziente entro un paio di mesi.
Il nuovo naso è stato fatto crescere a partire da un modello di vetro spruzzato
di un materiale sintetico che ha creato una 'impalcatura' per le staminali del
paziente.
Mentre in un bioreattore le cellule davano vita alla cartilagine del naso, i
medici del team guidato da Alex Seifalian hanno creato uno spazio all'interno
del braccio del paziente con un palloncino. Ora da circa due mesi il naso è
stato piazzato al posto del pallone, e sta sviluppando nervi e capillari, oltre
a ricoprirsi di pelle. Ancora un altro mese, ha spiegato il ricercatore, e sarà
pronto per essere impiantato: "Il naso sarà esattamente uguale a quello perso
dal paziente - ha sottolineato Seifalian - quello originale era un po' storto e
gli abbiamo chiesto se lo voleva più dritto, ma lui ha detto di no".
Non è il primo caso di parti del corpo fatte crescere all'interno delle
braccia, anche questo è l'unico caso di organo riprodotto 'da zero'. Lo scorso
anno ad esempio alla Johns Hopkins university di Baltimora ad una donna è stato
fatto crescere nell'avambraccio e poi trapiantato un orecchio, ma in questo caso
l'organo era stato ricavato dalla cartilagine della costola.
RUBRICA IL PUNTO Se sei stato un impero, come nel caso
della Francia, il passato non passa mai. Parigi in Mali difende il proprio
rango, memore della propria "missione civilizzatrice". La Françafrique è stata
ripudiata a parole, ma nei fatti è ancora lì. [articolo pubblicato su la
Repubblica il 17/01/2013]
Se sei stato un impero, non finisci mai di esserlo. Se poi
eri l'impero
francese, che all'alba della Seconda guerra mondiale si estendeva per 12
milioni e mezzo di chilometri quadrati (ben più dell'intera Europa, venticinque
volte l'Esagono, inferiore solo al Commonwealth britannico), il passato non
passa mai. Nel caso lo dimenticassimo, ce lo ricorda l'attualità. Oggi l’élite delle forze armate tricolori si sta battendo nel cuore
del Sahara/Sahel per impedire che alcune bande di terroristi
s’impadroniscano di quel che resta del Mali, già Sudan francese. Siamo in piena
ex Africa occidentale francese, enorme spazio coloniale che, insieme al
corrispettivo territorio africano-equatoriale componeva fino a tre generazioni
fa il sistema imperiale gestito da Parigi nel Continente nero, abbracciandone
più di un terzo.
A ogni impero corrisponde un’ideologia. Da Napoleone in
avanti, per
la Francia si tratta(va) della «missione civilizzatrice». Non solo conquista
di territori e sottomissione di popoli, a colorare di proprie tinte i
planisferi. E neanche puro sfruttamento economico - la politica coloniale come
figlia della politica industriale. Molto di più. Si tratta(va) di fertilizzare
il mondo disseminandovi i valori universali della Francia rivoluzionaria. Come
diceva Jules Ferry, che ai tempi della Terza Repubblica battezzò la scuola laica
gratuita e obbligatoria, «le razze superiori hanno diritto di civilizzare le
razze inferiori». (Quando François Hollande vorrà ricordare Ferry nel suo primo
discorso pubblico, alle Tuileries, non mancherà di condannarne questo «errore
morale e politico».) Solo gli Stati Uniti vorranno poi, con superiori mezzi, seguire
un analogo percorso missionario, suscitando perciò una competizione
squilibrata ma persistente con l’universalismo francese.
Sicché oggi deve
costare molto all’Eliseo chiamare in soccorso la Casa Bianca per
garantire le coperture satellitari, logistiche e di intelligence di cui il
proprio corpo di spedizione in Mali non può disporre. Di più, il colonialismo
francese non si fondava sulla geopolitica delle teste di ponte costiere, alla
portoghese, né tantomeno sul dominio indiretto, all’inglese, ma sul principio
dell’assimilazione. L’impero come estensione del territorio metropolitano, anche
sotto il profilo amministrativo. Le classi dirigenti locali venivano (vengono)
educate sui manuali e con le tecniche distillate nei laboratori del grandioso
apparato statale centrato su Parigi e di lì irradiato nei dipartimenti, africani
inclusi.
Dopo la strana vittoria del 1945 - e sotto la pressione degli Stati
Uniti, che volevano concentrare tutte le energie occidentali nel
contenimento dell’imperialismo sovietico - la Repubblica francese è costretta a
cedere, pezzo per pezzo, il grosso dei suoi domini extraeuropei. Ne rimane oggi
pallida traccia, sotto forma di regioni, dipartimenti e altre entità
d’oltremare, da Mayotte alla Riunione, dalla Nuova Caledonia alla Polinesia, da
Martinica alla Guyana. Ciò che contribuisce a difendere il rango mondiale della
Francia, sigillato dal titolo di membro permanente del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite e dall’arsenale nucleare. Rango cui Parigi tiene moltissimo,
anche per
bilanciare la crescita della potenza tedesca in Europa.
Quanto all’Africa, dopo
il lutto non ancora elaborato della guerra d’Algeria, la Francia ha
saputo mantenervi una sfera d’influenza che ricomprende grosso modo le sue
antiche terre imperiali. A fondarla contribuisce lo strumento
linguistico-culturale, istituzionalizzato nella francofonia, per marcare il
senso geopolitico della difesa dell’idioma nazionale. Insieme, un reticolo di
relazioni politico-economiche, a lungo centrato sulla “cellula africana”
dell’Eliseo, diretta fino a pochi anni fa da Jacques Foccart.
[Carta di Laura Canali]
È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la
penna di François-Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione
criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia
transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel
dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali”
dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una
macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti
malevoli.
Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla
Françafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce
nei territori africani già inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto
i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici
irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di
Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).
Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella
“sua” Africa - anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel
Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi.
Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve
2.500, e forse non basteranno per evitare l’insabbiamento della missione
antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’“unilateralismo” è passata, oggi Parigi
cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi
africani più vicini alle zone di crisi.
Più che una scelta, il “multilateralismo” - ossia l’impiego
di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo - è una
necessità. Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel
mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei
decisori francesi la memoria dell’ex (?) impero campeggia vivissima.
L’AQUILA. Lacrime finte. E risate. L’ultimo tradimento agli aquilani
arriva ancora da intercettazioni-choc. Stavolta a ridere non è un
imprenditore senza scrupoli che pensa a come fare i soldi dopo il
terremoto. È un prefetto della Repubblica che finge di commuoversi
davanti al lutto, alle macerie, al dramma. Il telefono di Giovanna Maria Rita Iurato,
già prefetto dell’Aquila ora interdetta dai pubblici uffici per
decisione del gip del tribunale campano, all’epoca dei fatti era già
sotto controllo nell’ambito di un’inchiesta su appalti e favori. «Una
risata non giustificabile», che non si addice soprattutto a chi ricopre
un ruolo istituzionale», scrivono i magistrati. La penosa vicenda è
ripercorsa in un capitolo della richiesta di misure cautelari firmata
dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo e dai pm della Dda Vincenzo D’Onofrio, Raffaello Falcone e Pierpaolo Filippelli.
I magistrati ricordano che poco dopo la tragedia che mise in ginocchio
il capoluogo abruzzese la Iurato «scoppiava a ridere ricordando come si
era falsamente commossa davanti alle macerie e ai bimbi rimasti orfani».
Un atteggiamento che viene fortemente stigmatizzato. I magistrati
napoletani fanno riferimento alla telefonata tra la stessa Iurato e il
prefetto Francesco Gratteri, intercettata il 28 maggio 2010.
«Commentando la sua prima giornata ufficiale», scrivono i pm, «nella
città martoriata dal terremoto (definita dalla Iurato “una città
inesistente, che non c’è”), scoppiava a ridere, ricordando come si era
(falsamente) commossa davanti alle macerie e ai bambini rimasti orfani.
Una risata non giustificabile dalle circostanze e dagli eventi tragici
di quelle ore, che avrebbero imposto al rappresentante del governo di
assumere comportamenti ben diversi e non certo (a proposito di cinismo)
legati alla predisposizione di condotte e strumenti atti a prevenire o
scongiurare indagini in corso».
Una lettura del tutto diversa viene fornita dai legali della Iurato,
che respingono le accuse di insensibilità. «Nei due anni di presenza
all’Aquila il prefetto Iurato ha dato ampia prova di attenzione,
rispetto e grande senso di abnegazione nei confronti dei cittadini così
duramente colpiti dalla tragedia del terremoto», affermano gli avvocati Claudio Botti e Renato Borzone.
«Appena metti piede in città, subito con una corona, vai a rendere
omaggio ai ragazzi della casa dello studente». È il consiglio che la
Iurato, appena trasferita, ricevette dal padre. È uno dei passaggi della
conversazione tra la donna e Gratteri.
LE INTERCETTAZIONI. Iurato: «Allora senti... sono andata... sono arrivata, subito mio padre, che è quello che mi dà i consigli, quelli più mirati...» Gratteri: «Sì, lo so». Iurato: «... perché è un uomo di mondo, saggio, dice: “...appena
metti piede in città subito con una corona vai a rendere omaggio ai
ragazzi della casa dello studente...». Gratteri: «Brava». Iurato: «Eh, allora sono arrivata là, nonostante la mia... cosa
che volevo... insomma essere compita... mi pigliai, mi caricai questa
corona e la portai fino a ...». Gratteri: «Ti mettesti a piangere... sicuramente!». Iurato: «Mi misi a piangere». Gratteri: «Ovviamente, non avevo dubbi (ride)». Iurato: «E allora subito... subito... lì i giornali: “le lacrime del prefetto”». Gratteri: «Non avevo dubbi (eh, eh, ride). Iurato: «Ehhhhhhh (scoppia a ridere) i giornali : “le lacrime del prefetto”». Gratteri: Non avevo dubbi (eh, eh ride). Iurato: «Poi si sono avvicinati i giornalisti: “perché è venuta
qua?”. Perché voglio cominciare da qui, dove la città si è fermata,
perché voglio essere utile a questo territorio. Punto». Gratteri: «Eh». Iurato: «L’indomani conferenza stampa con tutti i giornalisti».
L’ARRIVO ALL’AQUILA. Il 26 maggio del 2010 la Iurato pianse
davvero davanti alle telecamere e alle macchinette fotografiche della
città. Scortata dai vertici di polizia e carabinieri e accolta dal
sindaco Massimo Cialente e dal presidente della Provincia Antonio Del Corvo,
il prefetto fece esattamente i passi suggeriti dal padre e riportati
nella telefonata. Strinse mani, guardò negli occhi gli aquilani ancora
provati dalla tragedia senza fine del terremoto. Poi rese l’omaggio alle
giovani vittime della Casa dello Studente, deponendo un cuscino di
fiori che lei stessa volle sistemare con le proprie mani davanti alla
struttura distrutta. Proprio davanti alle foto e ai tanti messaggi
lasciati sulle transenne, il neo prefetto non riuscì a trattenere le
lacrime. Anche se non erano, a quanto si evince dalle intercettazioni,
lacrime vere. «Per me è un grande onore poter lavorare in questa città»,
disse singhiozzando.
L’INTERDIZIONE. E proprio mentre le agenzie di stampa diffondono le
intercettazioni-choc, arriva la decisione del gip circa la richiesta
della Procura partenopea di disporre l’interdizione dai pubblici uffici
per l’ex vicecapo della Polizia Nicola Izzo e per l’ex prefetto dell’Aquila Iurato. Una decisione assunta dal giudice del tribunale di Napoli Claudia Picciotti nell’ambito
dell’inchiesta sul trasferimento del Cen (Centro elettronico nazionale)
da Roma a Napoli. Nei giorni scorsi il prefetto Giovanna Maria Rita Iurato era stata interrogata per sette ore dal magistrato, mentre il prefetto Izzo si
era rifiutato di essere sottoposto a interrogatorio in quanto i suoi
legali di fiducia hanno ritenuto che la Procura di Napoli non fosse
quella competente per l’indagine. Secondo l’accusa, per trasferire a
Napoli il Cen sarebbero stati sperperati milioni di euro di fondi
pubblici. Gli avvocati dell’ex prefetto dell’Aquila, intanto, esprimono
«stupore per l’adozione del provvedimento di interdizione nonostante i
precisi chiarimenti dati al gip durante il lungo interrogatorio, al
quale Iurato si è sottoposta». I legali si dicono «certi che quanto
prima si riuscirà a dimostrare la completa estraneità ai fatti
contestati».
Le domande che non avrei voluto fare
di Salvatore Borsellino | 27 settembre 2010
Commenti - IL FATTO QUOTIDIANO
Più informazioni su: Agende Rosse, Giovanni Falcone, giuseppe ayala, Nicola Mancino, Paolo Borsellino, Strage di Capaci, Strage di via D’Amelio.
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Ero rimasto a disagio, e non è la prima volta che mi succede, nel leggere le dichiarazioni di Giuseppe Ayala riguardanti le scorte dei magistrati e in particolare dei magistrati di Palermo. Mi era sembrata una dichiarazione inopportuna, stonata e stranamente sincrona con una analoga dichiarazione dell’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo che aveva addirittura lamentato un preteso spreco di risorse pubbliche per “quanto si spende per le cene dei magistrati con scorta”. Delle affermazioni del monsignore non vale nemmeno la pena di parlare, basterà ricordargli i 2,5 milioni di euro che verranno dilapidati per la visita del Papa a Palermo – una città con enormi problemi di ogni tipo – in opere delle quali alla città non rimarrà nulla, o chiedergli perché invece di lamentarsi dei fondi per pretese cene dei magistrati con scorta, che non mi risultano avvenire abitualmente o essere a carico dello Stato, non abbia parlato invece dei costi della politica istituzionale non per scorte ma piuttosto per escort e al costo dei voli di Stato adoperati per trasferire in ville in Sardegna nani, ballerine e menestrelli di ogni tipo.
Ad Ayala che afferma, tra l’altro che “Cosa nostra è cambiata, da oltre 18 anni non uccide più” e che auspica per questo “una responsabile, se pur graduale rivisitazione delle scorte in circolazione” avrei voluto ricordare i progetti di attentati, per fortuna scoperti in tempo grazie a quelle intercettazioni che si vorrebbero abolire, nei confronti di magistrati come Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Sergio Lari, Giovanbattista Tona e gli attentati, progettati o anche realizzati seppure finora per fortuna senza esiti mortali, nei confronti di magistrati calabresi.
Ma piuttosto che a disagio sono rimasto ora indignato nel leggere la replica di Ayala alle sacrosante reazioni dell’Anm e in particolare del presidente della giunta di Palermo, Nino Di Matteo che dice, e le sue parole mi sento di sottoscrivere pienamente, “L’intervento di Ayala mi lascia veramente perplesso. Evidentemente il collega, anche per la sua lunga militanza politica è da troppi anni ben lontano dalla trincea e dall’attualità delle inchieste e dei processi di mafia. Proprio questa attualità dovrebbe semmai indurre gli organismi preposti ad una rinnovata attenzione”. Nella sua risposta Ayala, che ha perso ancora una volta un’ottima occasione per tacere, replica, quasi ironizzando, definendo Nino Di Matteo “un collega che ha cominciato a muovere i primi passi da magistrato soltanto nel 1993”, quasi che questo costituisse una colpa e senza accorgersi di quanto le sue parole siano tristemente simili a quelle di Francesco Cossiga quando credeva di bollare con l’epiteto di “giudice ragazzino” quel Rosario Livatino la cui grandezza è semmai accresciuta proprio da quella definizione che il Presidente Emerito aveva usato in maniera spregiativa. Poi Ayala non si esime, come è suo costume, di pavoneggiarsi citando i suoi “dieci anni nel pool antimafia e i diciannove anni di vita blindata”. Peccato che del pool antimafia Ayala non abbia mai fatto parte essendo il pool diretto dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto e formato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, tutti magistrati facenti parte dell’Ufficio Istruzione presso il Tribunale di Palermo. Non ne poteva far parte Giuseppe Ayala che esercitava il suo ruolo di Magistrato presso la Procura di Palermo e che ricoprì il ruolo di Pubblico Ministero al primo maxiprocesso insieme a Domenico Signorino, morto suicida dopo le accuse da parte di Gaspare Mutolo di essersi venduto alla mafia a causa degli ingenti debiti di gioco. Ma Ayala ha sempre giocato sull’equivoco proclamando in ogni occasione la sua appartenenza al pool antimafia e non se ne capisce la ragione , se non quella di volere concentrare l’attenzione su di sé, quando invece dovrebbe essergli sufficiente , senza alterare la verità, citare il fatto di avere, in qualità di pm, sostenuto al processo il procedimento istruito proprio dal pool di Falcone e Borsellino.
Strana coincidenza, questa dei debiti, che accomuna i due pm del maxiprocesso, ma che a uno, Domenico Signorino, costarono il volontario addio alla vita spinto dal tormento del rimorso per aver ceduto ai ricatti della mafia, all’altro, Giuseppe Ayala, soltanto un provvedimento disciplinare da parte del Csm e il volontario trasferimento al tribunale di Caltanissetta nelle more di un inspiegabile ritardo nell’attuazione del provvedimento di spostamento dal tribunale di Palermo per incompatibilità ambientale.
Non conoscevo di persona Ayala prima della morte di Paolo, né avevo sentito parlare proprio per il suo ruolo di pm al maxiprocesso e dopo la strage di Capaci mi aveva colpito, e non favorevolmente, il suo continuo accreditarsi come l’amico più intimo di Giovanni Falcone, per cui una volta mi capitò di parlarne con Paolo in una delle poche telefonate che avemmo in quei tragici 57 giorni che intercorsero tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio. Mi ricordo che mi disse, in quel dialetto in cui abbiamo sempre amato esprimerci tra di noi, e mi sorprese il tono, quasi di fastidio, che usò allora “chistu l’avi a chiantari, pari ca fussi sulu iddu amicu di Giovanni” (“questo la deve piantare, sembra che fosse solo lui amico di Giovanni”). In seguito ho incontrato Ayala poche volte, in occasione di incontri ai quali eravamo stati invitati entrambi come relatori e ogni volta ho ascoltato quasi con avidità i suoi racconti, è dotato di spiccate dosi di affabulatore, di episodi e di aneddoti della vita di Paolo, cosa che faccio ogni volta che incontro una persona che ha avuto l’occasione di condividere con Paolo una parte di quei 23 anni di vita in cui io, che sono andato via da Palermo a 27 anni, gli sono stato, per la maggior parte del tempo, lontano.
Più volte mi è invece capitato, a fronte di episodi nei quali è stato coinvolto Giuseppe Ayala, di sentire la necessità di porgli delle domande, delle domande su pesanti dubbi che mi erano nati a fronte di certi episodi che lo hanno coinvolto dopo la morte di Paolo, ma mi sono sempre trattenuto pensando ai rapporti di amicizia che lo legavano a Paolo di cui mi ha sempre parlato nei suoi racconti. Ma adesso a sentirlo vantarsi, nella sua replica a Nino Di Matteo, del suo “self control”, a sentirlo irridere chi, parlando della situazione attuale in Sicilia parla di “trincea”, scrivendo testualmente: “Accantono ogni pudore. Non credo proprio che riuscirò mai a dimenticare le vittime della barbarie mafiosa di quell’orrendo periodo. Le vedove e gli orfani ai quali ho donato una carezza consolatoria. I miei dieci anni nel pool antimafia e i diciannove di vita blindata. E non aggiungo altro. Altrimenti qualcuno mi accuserà di volere infierire”, dato che il pudore lo ha veramente accantonato, sono io ad abbandonare ogni remora e a fargli finalmente quelle domande che da tanto tempo rimugino nella mente . Perché, se si ha avuto la sorte di partecipare a quei funerali soltanto da spettatore e non da vittima, si deve avere il pudore di non ascrivere a proprio merito le “carezze consolatorie” che si è riusciti a “dispensare” e non si può rinfacciare i propri “diciannove anni di vita blindata” conclusi peraltro con l’abbandono, per di più temporaneo, della magistratura ed il passaggio ad una più agiata vita da parlamentare, a chi invece la vita blindata la conduce ancora oggi.
E allora eccole, rivolte ad Ayala e in attesa di una risposta, le domande che non avrei voluto fare.
La prima domanda riguarda l’Agenda Rossa di Paolo e la sparizione di questa dalla borsa che sicuramente la conteneva dato che la moglie di Paolo, Agnese, gliela aveva vista riporre prima di partire per il suo appuntamento con la morte. Delle circostanze relative al rinvenimento e al prelievo di questa borsa Ayala, che è testimone diretto visto che fu uno dei primi ad arrivare sulla scena della strage, ha dato, in successione e in tempi diversi almeno quattro versioni differenti.
La prima è dell’ 8 aprile 1998 e fu resa quindi da Giuseppe Ayala, che il 19 luglio 1992 era deputato della Repubblica, sette anni prima del coinvolgimento del Capitano Giovanni Arcangioli.
“Tornai indietro verso la blindata della procura anche perché nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell’auto. Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiature e tuttavia integra, l’ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai pertanto a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo”.
In questa prima versione è dunque un ufficiale in divisa ad aprire la portiera, ad estrarre la borsa e a fare il gesto di consegnarla ad Ayala, ma lui rifiuta di prenderla in mano.
Il 2 luglio 1998, al processo Borsellino Ter, Ayala dichiara di essere residente all’hotel Marbella, a non più di 200 metri in linea d’aria da Via D’Amelio. Sente il boato nel silenzio della domenica pomeriggio. Si affaccia, ma non vede nulla perché davanti c’era un palazzo. Per curiosità scende giù, si reca in via D’Amelio e vede “una scena da Beirut”. Dal momento dell’esplosione “saranno passati dieci minuti, un quarto d’ora massimo”. Dice di non sapere che lì ci abitava la madre di Paolo Borsellino. Camminando comincia a vedere pezzi di cadavere. Vede due macchine blindate, una con un’antenna lunga, di quelle che hanno solo le macchine della procura di Palermo. Pensa subito a Paolo Borsellino. “Ho cercato di guardare dentro la macchina, ma c’era molto fumo nero”. Ayala afferma che proprio in quel momento stavano arrivando i pompieri. Osserva il cratere e poi torna indietro. “Sono tornato verso la macchina, era arrivato qualcuno… parlo di forze di polizia. Ora, il mio ricordo è che a un certo punto questa persona, che probabilmente io ricordo in divisa, però non giurerei che fosse un ufficiale dei carabinieri, (….) ciò che è sicuro è che questa persona aprì lo sportello posteriore sinistro della macchina di Paolo. Guardammo dentro e c’era nel sedile posteriore la borsa con le carte di Paolo, bruciacchiata, un po’ fumante anche… però si capiva sostanzialmente… lui la prese e me la consegnò (….) Io dissi: – Guardi, non ho titolo per… La tenga lei. –“.
In questa versione, leggermente ritoccata rispetto alla prima, non c’è più la sicurezza di un ufficiale in divisa che apre la portiera, ma permane la certezza che sia stata questa persona ad aprire la portiera e a raccogliere la borsa. Ayala, in ogni caso, nega assolutamente di avere preso in mano ed aperto la borsa. “Io poi mi sono girato, sono andato di nuovo verso questo giardinetto, e lì poi ho trovato il cadavere di Paolo (…). Io ci ho inciampato nel cadavere di Paolo, perché non era una cadavere… era senza braccia e senza gambe”.
Le corrispondenti dichiarazioni rilasciate il 5 maggio 2005 dal Capitano Arcangioli, l’ufficiale cui fa riferimento Ayala, sono completamente differenti. Ayala parla di un ufficiale in divisa mentre Arcangioli dice che è in borghese, Ayala dice di avere esaminato la macchina con l’ufficiale mentre Arcangioli dice che Ayala era rimasto in un posto diverso. Ayala dice che la borsa era bruciacchiata mentre Arcangioli dice di no. Ayala dice di avere rifiutato la borsa e di non averla mai aperta ed esaminata mentre Arcangioli dice che addirittura la aprirono e la esaminarono insieme. E’ chiaro che almeno uno dei due mente, se non entrambi.
Il 12 settembre 2005 Ayala cambia completamente versione.
Afferma di essere arrivato sul luogo subito dopo l’esplosione, di avere identificato il cadavere di Paolo Borsellino e di avere notato l’auto del magistrato con la portiera posteriore sinistra aperta. “Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle bruciacchiata. Istintivamente la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò, per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi. Nell’affidargli la borsa gli spiegai che probabilmente era la borsa appartenente al dottore Borsellino”. Quando gli viene mostrata la foto di Arcangioli, Ayala dichiara: “Non ricordo di avere mai conosciuto, né all’epoca né successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa. Per quanto possa sforzarmi di ricordare mi sembra che la persona alla quale affidai la borsa fosse meno giovane, ma può darsi che il mio ricordo mi inganni. Insisto comunque nel dire che l’ufficiale ricevette la borsa e poi andai via. Escludo comunque in modo perentorio che all’inverso sia stato l’ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa”.
Cambia tutto dunque. Non è più l’ufficiale in divisa ad estrarre la borsa dalla macchina, ma Ayala in persona, che aveva precedentemente escluso di avere mai preso in mano la borsa.
E’ lui a questo punto a consegnarla all’ufficiale e questa volta esclude “in modo perentorio” che sia avvenuto l’inverso.
L’8 febbraio 2006 Ayala modifica di nuovo la propria versione dei fatti: “Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi (…) è certo che non fosse in divisa, la quale prelevava dall’autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa (…). Dato che accanto alla macchina vi era anche un ufficiale in divisa quasi istintivamente la consegnai al predetto ufficiale.”
Cambia tutto di nuovo. Questa volta Ayala si dice certo che la persona non fosse in divisa, ma in borghese. Non fu lui quindi ad estrarla, ma la prese in mano e la consegnò poi ad un altro ufficiale, in divisa. Questa dichiarazione di Ayala è talmente confusa che lui stesso chiaramente sbaglia quando dice “la persona in divisa si volse verso di me”, visto che due secondi prima si era detto certo che non fosse in divisa. La ritrattazione di Ayala non potrebbe essere più traballante e incoerente di così.
La domanda che a questo punto mi preme fare a Giuseppe Ayala è la seguente: ma come è possibile che un magistrato della sua esperienza, abituato a vagliare le deposizioni dei testimoni e degli imputati, possa dare versioni così contrastanti e contraddittorie di una circostanza di cui lui stesso è non testimone ma attore diretto, come è possibile che si sia prestato ad alterare la scena del delitto prelevando la borsa e poi consegnandola ad una persona della quale non ricorda neppure chiaramente se fosse in divisa o in borghese, come è possibile che avendo avuto in mano un reperto così fondamentale come la borsa contenente l’agenda rossa di Paolo non lo abbia protetto per assicurarsi, se egli come dice “non aveva titolo” per prenderlo in consegna, che fosse almeno consegnato ad una persona di sua assoluta fiducia.
Giuseppe Ayala ha avuto in mano l’agenda di Paolo, la cui sottrazione è stata uno dei motivi di quella strage e non la ha saputa proteggere come avrebbe potuto e dovuto?
O c’è qualche altra, agghiacciante, risposta ?
Ma c’è un altro episodio, sempre relativo a Paolo Borsellino che mi ha fatto nascere forti perplessità su Giuseppe Ayala e riguarda l’incontro del 1° luglio 1992 tra lo stesso Paolo e Nicola Mancino nel suo studio del Viminale dove Mancino si era appena insediato come ministro dell’Interno. Io ho sempre sostenuto che quest’incontro non solo ci fu ma che nel corso di esso Mancino parlò a Paolo di quella scellerata “trattativa” che era stata avviata tra la criminalità organizzata e pezzi dello Stato, e di cui Mancino, come da recenti rivelazioni di alcuni collaboratori di Giustizia, costituiva il “terminale istituzionale”. Sostengo anche da tempo che deve essere stata la reazione violenta e senza appello di Paolo a quella proposta che deve avere affrettato la necessità della sua eliminazione e l’attuazione della strage del 19 luglio 1992. Di quell’incontro resta la testimonianza diretta di Paolo che nella sua agendina grigia che, diversamente dalla sua agenda rossa non è stata sottratta subito dopo la strage, annota “1° luglio – Ore 19:30 – Mancino”. Mancino ha però sempre negato l’incontro, sostenendo addirittura, e qui la sua affermazione risulta assolutamente inverosimile, che anche se avesse incontrato Paolo non potrebbe ricordarlo perché “non lo conosceva fisicamente”. E a fronte dell’esibizione da parte mia dell’agenda di Paolo che prova il contrario di quello che egli afferma, ha esibito in televisione una sua agenda ‘planning’, cioè quelle agende che riportano sulla stessa pagina i giorni di tutta una settimana nella quale, per quel giorno, non risulta alcun appuntamento. Ora a parte il fatto che ciò non prova nulla perché l’appuntamento potrebbe non averlo annotato, è la stessa agenda ad essere inverosimile perché in tutta la settimana sono annotate soltanto tre righe e non è pensabile che tutta l’attività settimanale di un ministro della Repubblica, appena nominato, riesca a riempire solo tre righe di un planning.
Su questa storia dell’incontro e dell’agenda Giuseppe Ayala ha dato a Mancino un maldestro assist cadendo anche in questo caso in evidenti contraddizioni come nel caso dell’agenda rossa.
Il 24 luglio del 2009, durante un’intervista ad Affari Italiani, Ayala dichiara: “lo stesso Nicola Mancino mi ha detto che il 1° luglio incontrò Paolo Borsellino. Le dirò di più, Mancino mi ha fatto vedere la sua agenda con l’annotazione dell’incontro”.
Ma poche ore dopo, questa vota sul settimanale Sette ribalta completamente la precedente dichiarazione e afferma: “Si è trattato di un lapsus. In realtà volevo dire che non ci fu nessun incontro. Anzi Mancino tirò fuori la sua agenda per farmi vedere che non c’era nessuna annotazione”.
Ci risiamo, per la seconda volta, e sempre in relazione a Paolo Borsellino, Ayala si contraddice in maniera evidente e fa dichiarazioni che, da magistrato, avrebbe pesantemente contestato a qualsiasi testimone, imputato o collaboratore di Giustizia. E non si tratta di una contraddizione da poco perché riguarda un incontro che, come io ritengo, è stato la causa o almeno ha affrettato la fine di Paolo Borsellino.
Può chiarire Ayala questa contraddizione e questa circostanza? Perché si è prestato a sostenere questa versione e su sollecitazione di chi ha poi ritrattato? Finora non lo ha fatto perché della sua prima dichiarazione esiste la registrazione audio e quindi non può in alcuna maniera affermare di essere stato frainteso.
Un’ultima cosa. Ayala continua a ricordare in ogni suo intervento la sua amicizia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e senza dubbio in un certo periodo della sua vita questa amicizia c’è stata, ma proprio per questo dovrebbe evitare di mercificarla e sono rimasto veramente allibito quando, qualche giorno fa, ho letto testualmente di un “recital-spettacolo“ dal titolo “Chi ha paura muore ogni giorno” nel quale il “consigliere preso la Corte D’Appello dell’Aquila, debutta a teatro” E, in coda è riportato : “Prezzi: Poltronissima 40,00; Poltrona I settore 35,00; Poltrona II settore 25,00; Tribuna 15,00”. Siamo alla svendita dell’amicizia e dei ricordi.
Anche se poi oggi forse non è più tanto conveniente vantarsi di essere stato amico di Paolo, come in tanti, troppi, dopo la sua morte hanno preso l’abitudine di fare, se, come hanno testimoniato due magistrati che lavoravano con Paolo a Marsala, Alessandra Camassa e Massimo Russo, a pochi giorni dalla strage del 19 luglio, essendo andati a trovare Paolo nel suo ufficio alla Procura di Palermo, lo trovarono sconvolto e in pianto mentre, con la testa tra le mani, ripeteva “Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito”. E nell’ agenda rossa sparita Paolo Borsellino avrà sicuramente annotato anche il nome di quel traditore.